martedì 1 ottobre 2013

"Siamo quelli che..."



Siamo quelli che ... si... hanno bisogno di lavorare per... vivere dignitosamente.

Siamo quelli che hanno bisogno di sperare, sognare, realizzare.

Siamo quelli che hanno bisogno di essere ascoltati, siamo quelli che vivono giorno per giorno, sognando di vivere sapendo per certo che la fatica, in futuro, sarà ripagata.

Siamo quelli che hanno nel sangue arte, inventiva e allegria, siamo quelli che "se davvero lo facessero fare a noi il Paese", pian piano si risolverebbe tutto.

Siamo quelli che ascoltano il tg con interesse; siamo quelli che ascoltano il tg con interesse e poi cambiano canale perché non ne possono più.

Siamo quelli che la sera, accoccolati ai nostri cari, continuano a sperare, a credere nella nostra capacità di essere forti, con gli occhi a volte lucidi, perché abbiamo bisogno di ridere.

sabato 7 settembre 2013

Versi d'oltre confine


Ruba il fuoco e lo fa suo,
prende in un balzo fogli d'aria
e li aggrada di versi sontuosi,
gioca con le onde di un lago
allietato da foglie brillanti,
sa vedere oltre le montagne,
oltre ogni confine o muro,
crede nell'essere inebriato
dalle scolpite gioie del cielo,
adora provare a descrivere
l'anima e i suoi sapori.
Il gusto della terra
si impregna nei suoi occhi
e può portarlo così
allo sguardo del mondo.

sabato 31 agosto 2013

"La vedo, la tua voce"


Era il silenzio assoluto; nemmeno il volo di una mosca nella testa di Giulietta. Eppure le era venuto il mal di testa per il gran frastuono. Le luci, i movimenti veloci delle persone, i semafori in continuo scattare di colori, la gente quasi accalcata nel camminare uscendo ed entrando da uffici ed edifici, i negozianti    all'opera, l'effetto sardina in metro. Proprio scendendo le scale per raggiungere la linea di metro che le aveva indicato mamma, notò a poca distanza un gruppo di studenti più o meno della sua età. Parlavano tra loro, scherzavano, forse urlavano nello scherzare perché il signore in parte a loro aveva abbozzato una strana espressione, poi bloccata dal suo improvviso sentirsi osservato, per quel nano secondo, proprio da Giulietta, nell'incrocio fortuito di sguardi. Era abituata a girare per città sconosciute, le era sempre piaciuto prendere il pulman o il treno e andare a visitare posti nuovi; spesso ci andava da sola perché diceva sempre che così "notava di più i dettagli", però le piaceva anche andare in giro con i suoi genitori nei fine settimana. Due personaggi pazzeschi i suoi. Li adorava. Sarebbe stato il primo giorno nella nuova scuola. Frequentava il liceo scientifico - il quarto anno - ed era un piccolo genio; sognava di diventare biologa marina e lo sarebbe diventata di certo. Arrivata a scuola si diresse tutta contenta verso l'ingresso e senza accorgersene urtò lo zaino posato a terra di un ragazzo. Non aveva visto ne lo zaino ne il ragazzo e tanto meno tutto ciò che aveva intorno. Gli studenti, i professori, il personale, non vedeva niente. Era tanto contenta di ricominciare la scuola dopo due settimane di fermo per il trasloco che non stava più nella pelle.

- Ehi! ehi! occhio! - aveva esclamato il ragazzo notando che Giulietta non si era accorta di nulla.

Jimmy si aspettava che si girasse, accennasse uno "scusa" o un sorriso. Niente. Giulietta aveva continuato imperterrita a camminare con passo deciso. Lui però era curioso, aveva capito che era nuova, non l'aveva mai vista prima ed era tanto carina che di certo l'avrebbe notata se non lo fosse stata.

- Ehi! - esclamò ancora sorridendo dopo aver preso lo zaino quasi correndole dietro - ehi! fermati! - voleva presentarsi ma Giulietta continuava a camminare veloce e sparì dietro un gruppo di persone appena entrata nell'edificio.

- Che modi... mi ha ignorato completamente. Non la mangiavo se si girava... bha...

Giulietta subito aveva trovato la sua classe. C'era solo la professoressa che la guardò  e subito chiese:

- Sei la ragazza nuova?
- Sssi.  - rispose lei piano, sorridendo.
- Siediti dove preferisci, dove sei più comoda ok?
- Si. Ggrazie. - Giulietta aveva già compreso che si trattava di una donna dolce. Le bastava guardare lo sguardo di una persona, le sue movenze, per capirlo.

Entrarono gli altri ragazzi. Giulietta si guardava intorno e loro la guardavano chiedendosi da dove arrivasse, qualcuno stranito, qualcun altro entusiasta.

Capì che non stavano facendo un gran casino. Doveva essere una classe abbastanza tranquilla.

Entrò un altro ragazzo ed era proprio Jimmy. Giulietta era girata verso la finestra, stava ammirando un po' persa le fronde degli alberi. Le trasmettevano un senso di pace infinita.

- Ehila... eccoti qui fuggitiva! - affermò appena entrato sempre sorridente.

Giulietta non si girò e lui le si piombò di fronte.

- Perché mi ignori? ti ho chiamato anche prima sai?

Giulietta stupita dalla sua apparizione improvvisa chiese:

- Ppuoi rripetere? ho perso un passagggio - rise.
- Come hai perso un passaggio? ... comunque, dicevo che mi hai ignorato anche prima, ti ho chiamato perché ho capito che sei nuova e nel passare
avevi urtato il mio zaino così volevo presentarmi.
- Ah, scusa, nnon ti ho visto... - disse dolce.
- Ho notato! eh eh! io sono Jimmy.
- Giulietta, piacere.
- La profe è uscita un attimo eh eh... qui parlano tutti, parliamo anche noi!
- Sssi, certo.

Le era passato il senso di frastuono. Il viso dolce del nuovo compagno di scuola l'aveva allietata.

- Posso chiederti una cosa? - propose Jimmy girando la testa per un attimo verso gli altri.
- Come scusa...? ho di nuovo perso il passaggio.
- Cosa... significa che perdi il passaggio? e ... scusa se te lo chiedo, è giusto per sapere... sento che parli un po' strano... come mai?
- Pperrdere il passagggio per me vuol dire che non ssono riuuscita a legggere le labbra del mio interlocuutore perché non era rivollto verso di me e uhm parlo sstrano perché nnnon mi sento. O meglio, non sento nulla! ah ah! - Giulietta si era messa a ridere di gusto, era sempre stata molto auto ironica. Aveva due occhi grandi azzurro cielo e quando rideva le si illuminavano ancor di più.
- Dunque sei sordomuta giusto? - sorrise Jimmy.
- Eh già, pperò non faccio ffatica nelle scuole normali. Leggo le labbra, ppreferisco.
- Beh, meglio così in effetti! - sorrise Jimmy - Beh, posso dirti subito una cosa allora.
- Cosa?
- Hai una voce splendida. - Jimmy era rimasto colpito ancor prima di averle parlato e ora ancor di più.
- Anche tu!  Ah ah! - rispose Giulietta ridente.
- Come anche io? e come fai a saperlo?
- La vedo, la tua voce. Non sso come spiegarlo, identifico la voce nei ggesti, nel modo in cccui una persona si muove, nnnegli occhi. Nello sgguardo e nelle eespressioni del vviso.
- Uau! che storia! eh eh...
- Eh ssi.
- E dimmi... cosa ti piace fare?
- Girare per ccittà che non conosco, legggere, sstudiare, balllare - ma solo per sfogare le enerrgie quando sono a casa e ... la musica, le vibrazioni della musica e ... la natura. Adoro tutto ciò che è oceano, mmare. Vorrei diventare biologa mmarina.
- Fantastico...
- E tu?
- Per ora sono intento a scoprirti... - sorrise e la professoressa entrò.

Giulietta si  era messa in prima fila per non perdere passaggi della lezione, Jimmy era dietro di lei e ancora la guardava. Lei gli fece segno verso la professoressa e poi accennò con la mano un "Dopo continuiamo".

La professoressa iniziò poco dopo a spiegare; sapeva che Giulietta era allo stesso punto del programma anche nella scuola che frequentava prima e che durante le due settimane di fermo aveva continuato a studiare con l'aiuto dei suoi vecchi professori che le inviavano materiale online. Sapeva anche che era un genietto, comunque si assicurò che lei si sentisse a suo agio e le disse di chiedere in qualsiasi momento qualsiasi cosa.

Era l'insegnante di inglese e stava leggendo in quell'istante la poesia di un autore che a Giulietta piaceva da matti. Una poesia meravigliosa.

La bella accoglienza della professoressa prima e di Jimmy poi ed ora la Poesia. Amava parecchio la Poesia.
- Che belle voci... - pensò.

lunedì 19 agosto 2013

La storia della musica, l'amore per la musica

Storia della musica - Il cammino - Lara Aversano

"Stòria della mùsica: disciplina che analizza la musica in senso cronologico, attraverso le epoche e le culture, con particolare riferimento alla musica colta occidentale" (dall'Enciclopedia Treccani online - ndr). Mi è saltato in mente di scrivere qualcosa che riguardasse la musica nei tempi antichi. Prima di iniziare, penso che al di là della musica degli esseri umani, primitiva o recente che sia, i più naturali musicisti sono in effetti gli animali. Un pensiero naturale direi. Gli uccellini, i grilli, le cicale, i delfini e le balene: gli esempi sono infiniti. Gli animali, che per istinto cantano, si lanciano segnali ritmici per comunicare, parlano danzando coi suoni. Se non è uno show meraviglioso questo... Mi domando: esisterà al mondo una persona a cui non piace il canto di un uccellino o di un grillo o di un qualsiasi altro animale? perché se in effetti al mondo non esistesse essere umano a cui non piace almeno uno di questi canti o, magari, la musica prodotta da un ruscello o dalle acque scoscianti di una cascata... allora quando una persona dice: "A me la musica non piace" - che di per sé è già un'affermazione che non riesco a concepire nel mio mondo personale - beh, in ogni caso, mente. "Eh ma non è la stessa cosa" direbbe forse la tal persona, ma pur sempre una forma di musica è no? Ad ogni modo: sappiamo tutti che gli antichi greci sono stati grandi artisti in tutti i sensi, ma non tutti - tranne coloro che hanno studiato greco -  sanno che il termine "musikè" nell'antica Grecia indicava insieme le discipline di danza, musica e poesia. Cosa che in fondo ogni appassionato sente. Quante volte è capitato di dire "la musica è poesia", "la poesia è musica" o simili? Di certo per un appassionato di danza è la medesima cosa. La danza è l'espressione corporea della musica e per sillogismo aristotelico "se la musica è poesia e la danza è musica, allora la danza è poesia" giusto? oppure "se la poesia è musica e la musica è danza, allora la poesia è danza"? (chissà se il filo c'è: da quanto tempo non sperimentavo un sillogismo aristotelico?!?). Comunque sia, i ragionamenti in se filano. Quando studiai (per mia curiosità) la filosofia dei pitagorici, approfondii anche in parte quel che già avevo sentito dire degli stessi riguardo alla musica, vale a dire che i pitagorici - che in pratica cercavano di dare spiegazione a qualsiasi cosa attraverso la matematica - erano grandi appassionati di musica, in quanto forma matematica iper interessante. Non è difficile comprenderne il perché: la musica greca in generale, come quella romana, fu in gran parte persa a causa della trasmissione orale. Ben pochi frammenti sono arrivati a noi; si sa molto di più invece degli studi dei Pitagorici sulla teoria e l'acustica musicale anche grazie al fatto che poi la tradizione della scuola pitagorica è stata portata avanti nel Medioevo da Boezio. Giunsero i primi canti cristiani, i canti gregoriani (chi non ne ha mai sentito parlare?), le prime forme di polifonia, il mottetto (che ho scoperto essere un'antica composizione musicale - vocale o vocale strumentale - di argomento religioso - magari l'avevo pure già sentito, ma chi se lo ricordava?), gli inni latini e la lauda in Italia fino ad arrivare alle composizioni dell'ars nova ovvero le innovazioni in campo musicale riguardanti la teoria, lo sviluppo polifonico e la notazione. La scuola fiamminga, che diede il massimo valore alla musica polifonica e poi il predominio della musica sacra italiana nel Cinquecento. A Venezia poi nacque la prima musica profana in Italia, con Monteverdi all'inizio del Seicento. Il recitar cantando, l'opera, la musica strumentale - dunque le sonate da chiesa o da camera, il concerto grosso e il solistico). Andando avanti con la storia poi si incontrano sempre più nomi indimenticabili, nomi di artisti che - anche per una persona poco appassionata - sono noti. Da Vivaldi a Bach fino Mozart, Chopin, Listz... Nacquero le prime scuole nazionali, fu recuperato il folklore, la storia andò avanti... Personalmente adoro ascoltare un Debussy o uno Chopin di tanto in tanto, così come amo il cantautorato. Amo il punk rock di qualità come amo anche Battiato ad esempio e ho ascoltato durante la mia crescita gruppi di musica tanto diversa e tutta tanto meravigliosa da far venire la pelle d'oca. Dai Pink Floyd ai Doors, dai Led Zeppelin ai Nirvana, da De André al punk rock (di tutto e di più!). Certo ho generi che amo di più e altri meno, ma in sostanza amo tutta la buona musica, così come ogni persona che se ne intende un pochino. Il saper dire "ok, questo non è esattamente il mio genere, ma è buona musica" è veramente bello e non è necessario essere dei professori o dei tecnici per capirlo. Non comprendo personalmente le persone "quadrate", che non riescono ad apprezzare null'altro che un solo singolo gruppo o un solo esclusivo genere musicale. Al di là di ciò, penso che la musica, l'arte - tutta l'arte - sia una cosa innata. Per crearla o per saperla apprezzare, devi prima di tutto averla dentro, come i primi uomini dell'età primitiva, che sentirono l'impulso di battere legno contro legno per creare dei ritmi su cui danzare o emettere suoni. Chi ha l'opportunità di vivere la musica da dentro poi, che suoni o meno, ha davvero una grande, inestimabile fortuna intorno a sé. Perché ho scritto tutte queste cose? Riflettevo, curiosavo, leggevo e così "con - divido. "Senza la musica la vita sarebbe un errore" (Nietzsche, ndr). Davvero non posso immaginare la mia esistenza senza musica, per me è parte naturale dell'albero della vita. Non potrei mai stare senza, è come il respiro.

venerdì 7 giugno 2013

Amico mio

"E lui sorrideva, adorava la sua sete, la sua pulsione, il suo modo di essere "inquieta".

- Cosa intendi quando dici che ho uno sguardo inquieto?
- "Inquietudine" è il contrario di "relax". Relax è il nulla assoluto.

Relax è aspettare di... rilassarsi: cioè veder certificata la Morte che peraltro accompagna tutta la... vita di coloro che hanno bisogno di... relax. Inquietudine non è il contrario di "quies" latina. Inquietudine è non farsi mai del male, non diventare mai "adulti"... stare nell'ebbrezza della nascita..."

Da "Amico mio"
in "Punti senza fine"
Lara Aversano

martedì 4 giugno 2013

Speranza

Tutte le lacrime d'Italia, raccolte insieme, annegherebbero in sale ed acqua l'indifferenza di chi guarda e non vede e l'ipocrisia di chi vede e finge di agire. Non mollate.

Lara A.

domenica 26 maggio 2013

"Due chiacchiere con Lara" di Ilaria Degl' Innocenti

Lara Aversano Il cammino Punti senza fine intervista


Lara Aversano è un'autrice emergente dal tratto fluido, una penna spontanea che non si nasconde dietro a giri di parole o strutture complesse. Ho deciso di intervistarla perché in Martine ha racchiuso molti aspetti di ciò che oggi i giovano cercano. La modernità ha offuscato, con il proprio materialismo, cinismo e falsi miti, molti aspetti fondamentali che invece è necessario riscoprire. Attraverso il suo libro estrapola e riscopre molteplici sfumature che sono state dimenticate, ma che aiutano a ritrovare la parte intima, creativa, che c'è in ognuno di noi.


Allora Lara, dimmi qualcosa di più di “Punti senza fine"...

“ “Punti senza fine" è la storia di una ragazza italo francese - che si chiama Martine - fortemente appassionata all'arte in ogni sua forma, ma soprattutto di scrittura e musica. È una scrittrice emergente e in questo senso alcuni hanno definito il romanzo un meta-libro visto che io stessa sono un'emergente. Il che non è un caso naturalmente. Questa scelta mi sembrava essere il veicolo migliore attraverso il quale portare all'attenzione certe tematiche che volevo sottolineare. Come ad es. la volontà di incoraggiare le persone verso i propri sogni e progetti e di non farlo per puro ottimismo, ma perché credo che con il sudore, la volontà e l'onestà, i sogni si possano realizzare, indipendentemente da quale sia il sogno o il progetto in questione. Naturalmente prendendo in considerazione anche i limiti, pensando anche a quanto è difficile, soprattutto al giorno d'oggi; il primo passo però è proprio quello di continuare a lavorare perché ciò che vorremmo accada, nel piccolo o grande che sia. Ho potuto trasferire al personaggio alcune cose che io stessa ho compreso nel tempo riguardo al percorso verso la realizzazione di un sogno, di un progetto a cui teniamo e in effetti Martine riflette sulla dimensione del sogno che diventa realtà in vari campi della vita. È un libro nel quale, comunque, si affrontano tematiche anche molto diverse tra loro. Ogni capitolo è differente dall'altro anche se c'è naturalmente un filo conduttore. Il sogno artistico di Martine è un sogno già reale nel momento in cui scrive, è la scrittura stessa il suo sogno, però il sogno è anche l'arricchimento, il miglioramento, l'auto comprensione, la crescita e anche se nel caso di Martine si tratta appunto di un sogno artistico, credo che le cose su cui riflette il personaggio possano essere poi applicabili anche ad altre realtà. Ho usato il veicolo che meglio conoscevo, la scrittura e la passione per l'arte, per arrivare a questo, così come a tematiche sociali, d'attualità, d'interesse universale, culturale. Nel personaggio di Martine e nella storia che su di lei ho costruito, ho veicolato gli intenti del libro stesso in sostanza. Si parla di problemi adolescenziali, di tecnologia, di solitudine, di comprensione e incomprensione, di orrori del mondo e allo stesso tempo di bellezza, di fiducia, amore per la vita, delle piccole e grandi cose delle quali è necessario essere coscienti per vivere la vita al meglio. Ci sarebbe davvero molto da dire."

“Punti senza fine" è un titolo che racchiude in sé molti significati…

“Si, è vero. I “Punti senza fine" rappresentano molte cose: dalla continua ricerca per la crescita artistica, ma anche interiore e personale di ogni individuo per es... al concetto per il quale, a parer mio - che ovviamente esprimo l'idea attraverso il personaggio di Martine - ciò che importa di più in un percorso non è tanto la meta quanto ciò che si raccoglie sul sentiero che è ipoteticamente infinito poiché c'è sempre qualcosa da scoprire e di cui prendere coscienza. E non parlo solo di arte o conoscenza, ma proprio a livello interiore. I “Punti senza fine" sono poi anche tutte le persone che la protagonista ha attorno o che incontra, dalle quali impara molto e alle quali cerca di dare altrettanto. Sono miriadi di punti di varia natura che uniti insieme vanno a creare il disegno di un percorso con tutte le sue molteplici sfaccettature. E i significati sono anche altri, ben rintracciabili nell'interezza del testo."

La copertina raffigura dei libri antichi posti uno sopra l'altro su una base in legno, con un paesaggio naturale sullo sfondo che a differenza dell'immagine in primo piano è volutamente non a fuoco. Perché questa scelta?


“Beh, proprio per il discorso di poco fa ovvero l'idea di infinito che Martine ha rispetto a molte cose. La ricerca, la curiosità, la vivacità, il percorso e la voglia di vita. Poi il paesaggio naturale simboleggia anche quanto l'arte possa diventare per qualcuno vitale e necessaria come bere acqua, sia per chi tenta di creare che per chi la apprezza. Una cosa poi che desideravo rappresentare è l'urgenza che Martine e molti giovani hanno di poter riconoscere le tante cose belle che ci sono al mondo, la necessità di riuscire a vedere il buono che c'è. È anche simbolo di purezza e rispetto per l'arte, allo stesso modo in cui rispetto un albero piuttosto che un fiore. E ancora, la sacralità della vita e la vivacità della protagonista; sono colori vivaci perché Martine parla di tutto, dalla poesia alla filosofia, ma il testo non è mai appesantito, è volutamente scorrevole, anche perché spesso purtroppo l'arte viene presentata in modo troppo “didattico" tra virgolette e questo fa perdere a molti la voglia di avvicinarsi a questo mondo meraviglioso che in realtà è anima e passione. Ho avuto tra l'altro la grandissima fortuna di entrare in contatto con un grandissimo artista del mio paese: scultore, pittore e fotografo, che ha realizzato la fotografia per l'immagine di copertina leggendomi praticamente nell'anima. Si chiama Gianni Barili Giba, un grande artista davvero."


Come descriveresti a chi non ha ancora letto il libro la protagonista, Martine? E il motivo della scelta del suo essere italo francese?

“Martine è vivace, dinamica, appassionata, curiosa, estremamente sensibile e ama la vita da impazzire, nonostante esistano anche momenti difficili nella vita di ognuno. Ha un suo mondo tutto da scoprire. Ho scelto di farla essere italo francese per via della grande passione che ho per la Francia e la lingua francese, il suono che ha, la sua eleganza e la storia artistica del paese. E poi è per metà italiana perché, nonostante i problemi che ci sono, sono ancora fiera di essere italiana per molti motivi, dunque voleva essere un omaggio alla mia Terra."

"Martine si specchia nel mondo e specchia il mondo attraverso i suoi occhi" dice la sinossi in quarta di copertina. Ci vuoi parlare di questa sua crescita?

“La crescita di Martine è appassionata, lei assorbe tutto ciò che di buono può assorbire come un bambino che scopre il mondo e nel libro, che comunque prende in considerazione un tratto relativamente breve della sua vita, si coglie sia la volontà di miglioramento dal punto di vista artistico che la sua crescita come essere umano ed è un bel mondo da esplorare insomma... Ciò che il lettore può percepire leggendo la sua storia, è il suo modo di vedere il mondo, per questo la sinossi dice “si specchia nel mondo" perché interagisce con esso con intensità, alla sua maniera, mentre “specchia il mondo attraverso i suoi occhi", dunque svela al lettore come i suoi occhi vedono la vita, l'esistenza. È una crescita graduale e consapevole."

Martine incontra vari personaggi lungo il suo cammino e queste persone spesso la aiutano a crescere, mentre talvolta è lei, con il suo modo di essere, ad aiutare loro a crescere. Tante di queste persone, anche se ovviamente non tutte, le incrocia attraverso internet: perché questa scelta?


“Perché comunque la tecnologia e internet sono oramai parte integrante della vita delle persone, della maggior parte perlomeno e nel romanzo la protagonista riflette anche su i pro e i contro del progresso e della rete. Per tanti giovani che creano musica piuttosto che poesia o altre forme d'arte è diventato un mezzo importantissimo perché è un dato di fatto che permette di avere anche scambi molto belli e permette di farsi conoscere, come è successo poi anche a me. Ovvio poi che un libro o l'ascolto di una canzone suonata dal vivo, non sono paragonabili a uno schermo o a un video you tube. È un mezzo però, che può dare il via a qualcosa di più; dà la possibilità di far conoscere il proprio approccio all'arte. E poi ci sono i lati negativi, che comunque più o meno tutti conosciamo, ma di cui ho scelto di parlare perché è un argomento sicuramente attuale e importante."


Mi ha colpito molto il fatto che spesso e volentieri in calce al capitolo c’è una poesia. Sono molto belle e introspettive. Che cosa volevi comunicare ai lettori?

“Ogni poesia, che sia di Martine (dunque mia) o che sia di autori famosi, è sempre legata a ciò che poi si tratta nel capitolo, è una sorta di spunto di riflessione, una lettura tra le righe attraverso versi poetici miei o di grandi autori. C'è sempre comunque un motivo, in tutte le scelte che ho fatto, fino alla singola parola scelta piuttosto che un'altra che ha lo stesso significato, ma magari una sfumatura in più o in meno."

Anche tu sei appassionata di musica, vero? Che cosa ti ha avvicinato al mondo dell’arte? Che cosa ti affascina di più?

“Si sono un'appassionata di musica e non riesco proprio a farne a meno, non riesco a pensare nemmeno lontanamente alla mia vita senza musica. Sono sempre stata istintivamente coinvolta dal mondo dell'arte, fin da piccolissima. Ho sempre ascoltato tantissima musica, scrivo come spesso dico “da quando ho imparato la forma delle lettere" perché proprio a sei / sette anni, l'età in cui come tutti stavo imparando a scrivere io già scrivevo le prime poesiole, favole e simili, quindi da sempre. E ...non è solo fascino, è proprio una necessità fisiologica: leggere, scrivere, la vista di un quadro o di una fotografia, per me sono cose essenziali, è come vedere un paesaggio splendido della terra per fare un paragone. E in effetti sono una di quelle persone che nota tanto queste cose, la bellezza della natura intendo, perché è la forma d'arte più perfetta che esista ed è un qualcosa che va al di là dell'essere umano, è la bellezza pura, è la vita."

Martine è molto sensibile, molto profonda, riesce a leggere le persone... Sostanzialmente è empatica. Queste sue caratteristiche affiorano durante la lettura attraverso i dialoghi e la narrazione dei suoi incontri. Cosa puoi dirmi di questo?

“Si, è vero. Penso che saper ascoltare le persone con cui parliamo sia molto importante. Il “non ascolto" è un affaticamento per entrambe le parti e provoca incomprensione e malesseri, anche se non è facile riuscire sempre ad ascoltare davvero, a causa soprattutto della frenesia, della fretta. E intendo ascoltare una persona, ma anche ascoltare ciò che ci circonda. Martine è un personaggio che sa soffermarsi, magari non sempre perché è comunque una persona e come tale non può essere perfetta, ma la sua natura la porta spesso all'ascolto, anche del “non detto", di ciò che una persona a volte non dice o dice a metà. La colpiscono tutte le realtà che vede e percepisce, dalle più vicine alle più lontane, sulle quali riflette. È un personaggio sicuramente molto sensibile, dunque è naturale per lei soffermarsi su certe cose e a volte capita si domandi anche perché, altre persone, su certe questioni non si soffermino. E questo vale per il suo relazionarsi con le persone, ma anche per le tematiche su cui riflette."

Il mondo dell’editoria è complicato. Non è facile pubblicare un libro. Che cosa ti ha spinto a farlo e quali sono state le difficoltà che hai incontrato?

“Si, il mondo editoriale è complesso, è difficile... anche peggio del mondo discografico per dirti, che conosco per vari motivi, ma avevo un buon bagaglio di informazioni a riguardo e altri tipi di esperienze alle spalle (anche se ho ancora tanta pappa da mangiare come si dice) e dunque mi sono lanciata, per passione e per il desiderio di far arrivare, alle persone che lo leggeranno, il mondo di Martine. È stato per me un libro tra virgolette della “maturazione", molto importante. Poi sapevo perfettamente che è impossibile per un emergente essere pubblicato da una grossa casa editrice, perché un emergente in Italia ha veramente la strada sbarrata sotto molti aspetti, però se ci si crede e si lavora tanto, anche per crearsi una strada, qualcosa da cui partire prima della pubblicazione in se, poi il lavoro dà i suoi frutti, sia per il miglioramento personale che per i risultati ottenuti nel tempo. Fondamentale secondo me è non pensare mai “vorrei fare lo scrittore o il musicista" ecc... senza metterci anima e corpo, perché non basta dirlo, c'è molto molto da fare se si vuole realizzare qualcosa di buono. Anche in piccolo, non parlo di un best seller o di un disco di platino. Poi anche il fatto di non perdere di vista il motivo per cui si crea arte, dunque l'amore per la stessa, la passione, è fondamentale; se si perde di vista questo e si pensa solo ad arrivare chissà dove non ha senso e poi non si combina niente di realmente buono."

Tornando alla passione per la musica, approfondendo un po' l'argomento musicale rispetto alle altre arti. Come ti sei avvicinata a questo mondo?

“Beh... non è che mi ci sono avvicinata, ha sempre fatto parte della mia vita. È lei che mi ha rapito fin da quando ero piccola. L'ho sempre amata dal profondo e come ti dicevo non potrei vivere senza. Penso sia difficile spiegare a un non appassionato, alla musica, alla lettura, all'arte, quanto possano risultare importanti le arti nella vita di chi invece le ama; tra i tanti intenti di “Punti senza fine" c'è in effetti anche quello di provare a trasferire questo tipo di emozione, questa estrema importanza. Per quanto riguarda le varie chiacchierate che poi ho pubblicato sul blog o le collaborazioni, tutto è nato molto spontaneamente. Da piccola guardavo ad occhi sgranati i programmi d'approfondimento musicale, leggevo libri sui musicisti che amavo di più e visto che ho sempre amato scrivere un giorno ho pensato di provare a unire le due cose. Per me è stato un altro modo per approfondire, scoprire nuovi aspetti della musica e di alcuni suoi interpreti, portando poi il tutto al pubblico del blog ovviamente. Tutte le interviste/ chiacchierate che ho pubblicato sul blog mi hanno lasciato qualcosa dentro e alcune più di altre com'è normale che sia. Le ho sempre chiamate chiacchierate perché ho sempre cercato di renderle in qualche modo diverse, più familiari, più aperte. E le collaborazioni anche, tutto molto spontaneo, sempre guidata dalla pura passione."


E' anche un ambiente particolare, nel quale tutti alla fine si conoscono, la musica è anche una famiglia, si comprende anche da come hai descritto Martine. E' così che l'hai vissuta anche tu?

“Dipende da che tipo di realtà musicale si prende in considerazione. Io l'ho vissuta così personalmente, nella mia vita privata, con il gruppo del mio compagno e andando in giro per l'Italia con loro per concerti, conoscendo anche grandi artisti con i quali hanno suonato, ma soprattutto passando le giornate insieme a loro, ai miei amici e al mio compagno. Lì si è davvero come una famiglia. E in effetti ho voluto inserire nel romanzo e nella storia di Martine un'esperienza simile alla mia, perché è una cosa meravigliosa. Poi ci sono realtà diverse, ambienti di artisti mediaticamente più noti, i “famosi" diciamo così che in certi casi sì, si capisce che tra loro sono come una famiglia, in altri invece non credo proprio. Dipende sempre dalle persone, dal tipo di ambienti e molto altro. Questo per ciò che posso dirti dalle mie esperienze naturalmente. E poi sai... ci sono grandi, veramente grandi, che sono persone meravigliose, umili, veri artisti e ci sono persone, note o meno note, che invece quando comprendi come sono pensi “cavolo da questo/i non me l'aspettavo" eh eh... dipende dai casi. Certo è che – a parer mio – un vero artista dovrebbe sempre mantenere l'umiltà perché …credo sia un fondamentale della profondità dell'anima di una persona. Poi uno può essere strano o lunatico, avere tutti i difetti di questo mondo insieme ai pregi, perché è normale, nessuno è perfetto; gli artisti poi di solito sono più “strani", sotto diversi aspetti anche se pure lì dipende dalle persone, ma l'umiltà per me è fondamentale."

@Ilaria Degl' Innocenti*

*Laureata in economia con un master post laurea in giornalismo internazionale collabora con varie webzine - “Italia di Metallo", “Roma da leggere", “Outsiders" - e con alcune testate giornalistiche - Ibiskos Ulivieri e La Ballata – in qualità di collaboratrice editoriale.

martedì 21 maggio 2013

Alla Fiera Internazionale del Libro di Torino (con sorpesa)


Sto visualizzando una serie di micro scene di quando ero piccola. Ricordo, prima di tutto, che ancor prima di iniziare ad andare a scuola i miei genitori e i miei fratelli sorridevano nel tentare di insegnarmi a scrivere la "L" del mio nome nel verso giusto. Il mio istinto mancino mi portava a disegnarla al contrario e, anche se loro pazientemente mi facevano rivedere qual era il modo giusto per farla, la mia manina continuava ad andare per conto suo ed io scrivevo il mio nome da destra verso sinistra. E così è stato anche per le prime volte a scuola, fino a che poi la manina "ribelle" si è decisa a prendere la via giusta. Ricordo anche quando la maestra di matematica ci chiamò uno a uno alla cattedra per guidare la nostra mano sulla lavagna pulita, facendoci disegnare il numero otto. Mi ricordo il numero otto e non gli altri numeri; credo sia perché la maestra, al tempo, mi aveva chiesto se fossi destrorsa o mancina e a me è rimasto impresso nella mente come, preso atto del mio essere mancina, lei mi avesse guidato la mano insegnandomi a scrivere il numero otto andando nel verso opposto ai bambini destrorsi. In seguito - non so come o in che preciso istante - quando queste prime prove di base si sono trasformate nel normale apprendimento dell'atto dello scrivere, io, come se fosse stato inciso nel mio DNA fin dal concepimento, ho iniziato a Scrivere, scrivere per davvero insomma. Da allora, non ho più smesso. Dai primi biglietti affettuosi dedicati ai miei famigliari, cosa comune a tutti i bambini, sono passata in brevissimo tempo alle prime composizioni. Le prime frasi di riflessione, alcune già istintivamente poetiche, nascevano nella naturalezza più assoluta dalle mie mani piccine. E poi le favole, quelle favole che immaginavo in testa come cartoni animati e film fantastici nello stesso momento in cui le scrivevo e che poi accompagnavo a disegni dei personaggi e scene della storia. Ricordo che nella mia testolina li immaginavo in un certo modo e tentavo di disegnarli meglio che potevo, il più simili possibile a ciò che avevo in testa; ovviamente a sette anni non si può avere l'abilità di Van Gogh (!), però mi divertivo. Alcune favole e fiabe le ho create a quattro mani con mia madre: potrei definirla la prima collaborazione artistica della mia vita in effetti. Lei lo ha capito subito che mi piaceva scrivere, che per me era un atto spontaneo come bere acqua, mangiare, dormire. È sempre stato essenziale per me ed essenziale è stato il sostegno ricevuto dalle persone care... la mia famiglia, il mio compagno di vita, alcuni cari amici. Ricordo queste scene, i primissimi passi di un percorso e rifletto sulla crescita esponenziale che ha avuto per me questa passione nel tempo. Tra i quindici e i sedici anni ho scritto il mio primo romanzo breve, un testo molto giovane sotto tutti gli aspetti, ancora acerbo, ma interessante devo dire, per l'idea, forse proprio per l'impostazione strana che aveva. Era una sorta di thriller psicologico. Ogni giorno scrivevo, leggevo, scrivevo... Più crescevo e maturavo, più mi rendevo conto di quanto fosse importante per me scrivere, cercare il miglioramento, la crescita della mia stessa scrittura. Un giorno, all'improvviso come spesso mi accade, ho iniziato a scrivere quello che poi è diventato il mio primo vero e proprio romanzo: "Punti senza fine". Ho iniziato a scrivere senza sapere  come sarebbe maturata la stesura del libro, senza immaginare cosa avrei scritto poi o che direzione avrebbe preso il testo; in realtà non sapevo nemmeno che avrei scritto un libro vero e proprio nel momento in cui ho iniziato. Scrivevo come al mio solito nella totale spontaneità, nella più profonda libertà. Così è nato questo testo che poi è stato selezionato e pubblicato. Quando ho iniziato a battere i tasti sul computer, certo non immaginavo che avrei davvero potuto essere contattata da una casa editrice. Avevo già provato a inviare quel famoso testo acerbo ad alcune case ed anche alla mia attuale editrice e ovviamente, essendo acerbo, non era stato preso in considerazione, ma stavolta... stavolta sì. Alla redazione de Il Filo giungono circa 45 mila testi l'anno; di questi, giungono alla pubblicazione un centinaio di testi circa: come potevo immaginarmi che sarei stata una di quelle cento persone? No, non potevo immaginare, mentre scrivevo, che un giorno avrei visto il mio dattiloscritto rilegato nella forma e nella cura di quell'oggetto che solo oggetto non è, che sempre e così tanto ho ammirato. Un libro, un libro vero. Tra le tante belle esperienze avute prima e dopo la pubblicazione, è arrivato anche il momento della Fiera Internazionale del Libro di Torino. Quella stessa fiera che anni fa osservavo a occhi sgranati in tv, sperando un giorno di poterci andare per poterla ammirare dal vivo, senza minimamente pensare che un giorno, in quel luogo magico che tanto mi faceva brillare gli occhi da lontano, ci sarebbe stato anche il mio, di libro. La Fiera del Libro di Torino è meravigliosa e importante, un evento grandioso e, tra quella miriade di stand, di case editrici note e meno note, con gli occhi e l'anima completamente immersi in tutti quei libri, con le espressioni buffe di un bimbo che vede caramelle ovunque, felice di essere in compagnia del mio amore e di un'amica del posto che da tempo aspettavo di incontrare... mi sono ritrovata a rimanere d'un colpo pietrificata. Pietrificata dallo sbucare improvviso di una persona speciale che mai avrei sperato di incrociare. In un posto così grande? a quell'ora e in quel giorno? proprio lì in quei pochi metri quadrati in cui ci eravamo fermati a parlare? Non ci potevo credere. Ero pietrificata nel vero senso del termine, le gambe per un attimo non ho potuto proprio muoverle (!). Roberto Saviano è balzato fuori all'improvviso, pochi metri davanti a noi. Il mio compagno lo ha chiamato e salutato e lui ha risposto sorridendo, continuando a camminare all'indietro per non dargli le spalle mentre gli rivolgeva qualche frase. Un gesto di estrema gentilezza. Piccole cose che si notano. Io, che nel frattempo ero riuscita a reagire allo shock del momento, ho seguito il mio compagno che, vedendomi attonita, aveva già provveduto a prendere dalla mia borsa una copia di "Punti senza fine". "Posso lasciarti il libro?" gli ha chiesto - e lui camminando all'indietro: "Sì!". Consegnato all'assistente in pochi istanti e via, è giustamente sparito in un battito di ciglia all'interno di uno stand. Potrebbe finire in mezzo a mille altri libri che gli sono stati consegnati o potrebbe capitargli in mano e ... potrebbe leggerne qualche pagina (?) o forse, pur se il genere è molto distante dal suo e certo non posso paragonarmi nemmeno lontanamente alla sua maestria, potrebbe leggerlo anche tutto. È solo un forse, ma quel forse basta. È ovvio che anche se dovesse leggerlo non riceverei di certo un commento o simili, ma quella possibilità su mille che gli capiti in mano e ne legga anche solo qualche tratto, beh... basta a riempirmi di gioia. È stata già una grande emozione essere là e vedere il mio libro in mezzo gli altri, certo non potevo aspettarmi di incrociare Saviano. Quando poi tentavo di imparare a scrivere la "L" per il verso giusto... assolutamente no, non avrei mai potuto immaginare nulla di tutto questo. E allora di nuovo Grazie, Parole care.

Lara Aversano

venerdì 3 maggio 2013

Ginkgo Umbrella: la giovane innovazione made in Italy


Pesa solo 250 grammi ed è un'invenzione di tre ragazzi italiani: Federico Venturi (intuitivo designer e ideatore del progetto), Gianluca Savalli (ingegnere meccanico, laureando in ingegneria meccatronica e  inventore di alcune soluzioni tecniche che hanno permesso il funzionamento di Ginkgo) e Marco Righi (ingegnere gestionale e già amministratore di un'azienda).

Con questo articolo e attraverso le parole di Federico, anima del progetto, sono lieta di presentarvi Ginkgo Umbrella, un'idea giovane, lanciata verso il futuro e tutta italiana che ho scoperto grazie a una cara amica.

Mi ha entusiasmato pensare alla realizzazione pratica di un lavoro così nuovo ad opera di tre giovani italiani; la situazione in Italia non è delle migliori, ma questa storia è un esempio dell'Italia che funziona, dei giovani che non mollano, delle competenze italiane e dell'inventiva che da sempre contraddistinguono il nostro Paese e che una buona volta, per fortuna, hanno la meglio sulle difficoltà.

- Allora Federico, spiega ai lettori che non sono a conoscenza di Ginkgo di che cosa si tratta. Che cos'è Ginkgo Umbrella?

È un ombrello compatto mono materiale in cui tutti i componenti, compreso il filo e il tessuto, sono in polipropilene e questo consente di riciclarlo completamente. Inoltre, aver sostituito il metallo con la plastica ci ha consentito di ridurre il numero dei componenti a venti [un normale ombrello è composto da 120 pezzi n.d.r.] e la flessibilità della plastica fa si che i bracci non si pieghino al vento come fanno adesso, bensì che si flettano. Il nostro progetto è qualcosa che risolve problemi pratici, cioè design nel senso migliore del termine: non stile o moda, ma oggetto utile. Desideriamo che la parola Ginkgo possa un giorno sostituire il termine "ombrello compatto", proprio come è successo con la parola "biro", dal nome dell'inventore L.J. Birò, che è diventata sinonimo di penna a sfera.

- Com'è nata l'idea di questo progetto? e come avete iniziato a metterlo materialmente in atto?

La mia ragazza un giorno ha detto che avrebbe voluto un ombrello "di gomma" intendendo dire "un ombrello che non si rompe mai" e io ho pensato che fosse una grande intuizione, che ci fosse un vero problema da risolvere e che il design poteva risolverlo. Così siamo andati a casa del mio amico Gian, che poi è diventato mio socio e abbiamo cominciato a pensarci. Io ho depositato il brevetto di braccio "mono materiale plastico" nel mese di maggio di due anni e mezzo fa e Gian ha migliorato l'invenzione con altre soluzioni che sono in fase di estensione a brevetto internazionale; invenzioni che lo hanno fatto praticamente funzionare. 

- In una situazione economica e sociale come quella attuale, vedere tre giovani italiani alle prese con un progetto nuovo e coraggioso è davvero una bella cosa. Ottimo messaggio per altri giovani che hanno idee e magari si sentono bloccati dalla situazione... Per esempio, per l'esperienza che stai vivendo, che state vivendo tutti e tre, cosa diresti ai giovanissimi che stanno per approcciarsi al mondo del lavoro, che hanno idee e progetti e che viste le difficoltà temono di non poterli realizzare? e cosa, secondo te, sarebbe utile fare per aiutare i giovani meritevoli che spesso sono impossibilitati proprio dal punto di vista economico, ma hanno idee valide e guardano al futuro? 

Ci sono vari mezzi per realizzare i propri progetti. Il primo problema è naturalmente realizzare un'idea che tecnicamente funzioni; questo può essere facile come il chiosco che vende castagne a lato della strada o molto complesso, come la creazione di una compagnia aerospaziale; per ogni progetto poi, una volta arrivati ad un certo stadio di sviluppo, servono i soldi per darsi uno stipendio che consenta di non dover fare un doppio lavoro, che dia la possibilità di comprare il necessario, dunque computer, spazi di lavoro, strumenti e che consenta ovviamente di poter pagare i collaboratori. È necessario dunque farsi prima un' idea delle spese da affrontare e dei ricavi che si potranno realizzare. Successivamente si dovrà cercare fondi: esistono degli sportelli per lo sviluppo, quali il BIC nel Lazio (in ogni regione ci sono) o l'acceleratore d'impresa del Politecnico di Milano - che ci ha seguiti e ci segue tuttora. Lo scopo di questi enti è seguire le persone che presentano idee imprenditoriali e aiutarle a formalizzare un business plan realistico. Inoltre sono ottime occasioni per imparare a fare nuovi progetti in un' ottica economicamente sostenibile. Per il problema soldi, una volta che si ha un business plan credibile, si possono richiedere finanziamenti regionali o nazionali, ma anche europei per le startup: ce ne sono molti e non richiedono un progetto necessariamente super innovativo; vengono concessi anche per comprare una macchina laser ad esempio, che consente di fare molte cose - dalla decorazione alla realizzazione dei prototipi ecc. Poi c'è il rivoluzionario strumento del crowdfunding, che consente a chiunque di realizzare un'idea in modo facile: basta fare un video che spiega perché il progetto vale e dimostrare di metterci passione e di saperlo portare a termine. "Indiegogo.com" è uno dei migliori perché chiunque nel mondo può partecipare, mentre ad esempio "Kickstarter" lo possono utilizzare solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Da tenere presente è anche che negli Stati Uniti la gente è più propensa a finanziare sulla fiducia progetti innovativi, mentre in Italia ancora non ci fidiamo molto. Resta il fatto che come strumento, il crowdfunding è una rivoluzione. Infine ci sono vari concorsi su internet che possono dare riconoscimenti e fondi per realizzare i progetti. Fondamentale per qualsiasi progetto comunque è credere nell'idea, senza perdere di vista la realtà naturalmente e confrontandola con essa man a mano che si acquisiscono nuove informazioni, ma "continuando ad essere testardi" come diceva il mio mito, James Dyson [designer industriale inglese fondatore della compagnia "Dyson", noto per esempio per l'invenzione dell'aspirapolvere senza sacchetto - n.d.r.]. Penso che questo periodo storico sia perfetto per creare innovazione perché la crisi spazza via il vecchio e crea opportunità per il nuovo. E' il momento perfetto per trovare spazi e occasioni per risolvere i problemi della gente grazie alle idee e alla forza di volontà.

- Per questo progetto avete ricevuto grandi riconoscimenti e anche i media si sono accorti della validità di questo astro nascente. Immagino sia stato incoraggiante...

Si è stato un vero onore e ci ha incoraggiati. Le pubblicazioni però non sono la cosa più importante, anche se comunque è pubblicità gratuita, ma spesso - purtroppo - le riviste e i giornali hanno solo bisogno di riempire le pagine, non sono sempre serie come lo è la tua intervista, per esempio. I buoni feedback servono a confermare che un'idea è buona, ma non sempre aiutano; in certi casi possono incoraggiare ad adagiarsi sugli allori e non è giusto naturalmente.

- Quali sono gli obbiettivi più prossimi di Ginkgo Umbrella?

Stiamo facendo una campagna di raccolta fondi su Indiegogo al link www.indiegogo.com/projects/ginkgo-umbrella per la quale, in cambio delle donazioni, diamo la possibilità di scegliere modelli personalizzati di Ginkgo attraverso un widget, per poi spedirli in giro per il mondo (www.ginkgoumbrella.com/widget). Ad agosto poi avremo i prodotti finiti e a novembre li spediremo alle persone che ci hanno aiutato a realizzare il progetto su Indiegogo per poi giungere infine alla distribuzione di Ginkgo Umbrella nei negozi.

Proprio come dicevo: questa è l'Italia che funziona.

Grazie Federico per la disponibilità e in bocca al lupo a tutti e tre per questo gran bel progetto.




©Lara Aversano

domenica 21 aprile 2013

Il tempo siamo noi

Il tempo siamo noi - Il cammino - Lara Aversano

Facciamo finta che il tempo sia una persona. Questa è la premessa. La nostra vita è fatta di istanti e ogni piccolo momento sarebbe da vivere con intensità, non andrebbe per così dire "sprecato". Mi riferisco al saper apprezzare ogni nostro respiro, al riuscire a vivere nel modo giusto i momenti della nostra vita, belli o brutti che siano. Certo non è facile, ma si può giungere, a parer mio, a trovare l'equilibrio giusto per fare in modo di riuscirci nella maggior parte dei casi. È un qualcosa che fa bene a noi, alla nostra esistenza e alle persone che amiamo ed è un qualcosa che seriamente ci aiuta a vivere a pieno e a vivere nel modo giusto persino la routine e lo stress. Ci vuole addirittura "allenamento" per poterlo fare. Bisogna credere che sia possibile e lo sarà. Come qualsiasi cosa si desideri in fondo. Ci sono persone che si trovano in situazioni apparentemente senza via d'uscita e che riescono a vivere comunque con serenità e in molti casi, ove possibile, la problematica si risolve anche. Ho personalmente avuto diversi esempi di questo di fronte agli occhi e volendo basta guardarsi intorno e notare come certe persone, che spesso vediamo e magari conosciamo poco, pur avendo problemi fisici o di altra natura, affrontano la vita con una gioia immensa. Perché la premessa del tempo? perché un giorno scrissi sul blog una frase che diceva: "Ogni piccolo momento vale un angelo del cielo e ogni attimo deluso, io pago." Rileggendola mi sono resa conto di quanto potesse in realtà essere fraintendibile. Premettendo che il tempo "è una persona", posso dire che se io deludo un momento della mia esistenza non vivendolo, ma solo facendolo passare, sono io a pagarne le conseguenze ovvero ... il tempo siamo noi e se io vivo un istante della mia vita nel modo giusto, starò bene, se lo "deluderò", come se il tempo fosse li a dirci "io passo, ma sei tu a rendermi vivo" beh... faremo del male a noi stessi; se invece renderemo questo tempo, ogni tempo, Vivo, allora la nostra vita non si limiterà a passare perché la Vivremo davvero. La vita è talmente tanto preziosa, è così miracolosa che persino nei momenti più difficili sarebbe giusto riuscire ad apprezzarla. Dirlo è più facile che farlo, ma provate a pensarci... "Il tempo passa", "Quanto tempo è passato", "Come passa il tempo!"... sono frasi comuni... ma il tempo siamo noi, siamo noi che andiamo avanti e credo in cuor mio sia più logico andare avanti gustando i secondi piuttosto che perdere "tempo" perdendo noi stessi.

mercoledì 17 aprile 2013

Sentivo

Sentivo - Il cammino - Lara Aversano

C'erano bimbi che giocavano e rumori belli,
voci di mamme che si porgevano consigli,
con piccoli ancor più piccoli nei passeggini.
Sento ora solo il calpestio dei bassi fuochi rimasti
e bambini che spostano la polvere, tra le rovine.

C'erano ragazzi tutti presi, chi cercava lavoro,
chi lavorava, chi studiava, chi progettava.
Ora sento solo spari di fucili,
scosse nei muri e madri piangenti,
per quegli stessi ragazzi che tornano a casa,
con buchi nel cuore e nelle coste, senza respiro.

C'erano uomini che vivevano e sentivo
i profumi e gli odori della loro esistenza.
Chi vendeva frutta, chi aggiustava caldaie,
chi costruiva case e chi infornava il pane.
Ora sento solo la loro paura e il loro coraggio,
nulla da perdere e da perdere tutto.

Da anziano non vedente quale ero,
sentivo nella mia terra i tanti colori delle persone,
ora sento solo guerra e distruzione
e davvero non so, come potrà andare a finire.