lunedì 26 giugno 2017

Flacopunx e i "Coleotteri" di Flaco


Fabrizio Castelli, per tutti Flaco. Per vent'anni ha contribuito a scrivere la storia del punk rock italiano con i Punkreas, con la sua inconfondibile chitarra, con la sua vena da cantautore (scrivendo alcuni dei pezzi più amati della band) ed anche come punto di riferimento, perché lo è sempre stato per tutti. Ora volta pagina e lo fa con il suo stile inconfondibile. Il nuovo progetto di Flaco, i Flacopunx, ha esordito con il primo album "Coleotteri" alla fine del 2016. Ad accompagnarlo in questa nuova avventura, naturalmente, ottimi musicisti (Checco Faini alla voce, Mattia Foglia al basso e ai cori, Matteo Campana alla chitarra, Dario Magri alla batteria e ovviamente il nostro Flaco, alla chitarra e cori. Ah, scusate, c'è un "sesto uomo", Carlo Tattoo, di cui parleremo poi...). Flaco è ancora lì, con la sua inseparabile chitarra, con i suoi fantastici testi, con la sua voglia di fare e con la grinta di chi ci crede fino al midollo. È un album in cui l'identità tutta di Flaco si vede, si sente, in una fusione nitida tra passato e presente, con uno sguardo alto verso il futuro e l'orizzonte. Flaco è un autore che ama le ispirazioni e le contaminazioni, che dice - con grande umiltà - di ritenersi fortunato quando riesce a distillare "una goccia di profumo" da quel che gli capita, dal caos attorno, dai libri che legge, dai film che vede, dalla vita, sua e del mondo. Quando lo guardi suonare vedi la stessa passione che aveva dieci anni fa, quindicianni fa... sapete, non è di quelli che dopo un bel po' di anni che suonano perdono il gusto perché "si abituano". No, Flaco non si abitua, si diverte, fa divertire ed è pieno di passione. Propone tematiche non da poco, il più delle volte, ma lo fa con ironia, vivacità, senza appesantire nulla. Gli è sempre piaciuta l'idea di portare testi da cantautore nel punk rock e ci è sempre riuscito. Se dovessi scegliere un brano che mi ha colpito più di tutti gli altri, in questo nuovo lavoro, è "Dodici ore". Il testo di "Dodici ore" è qualcosa che va al di là del punk, al di là del rock, al di là di tutto, perché è un brano che qualsiasi genitore può sentire suo ed è un brano che anche io che non sono genitore posso sentire mio. E mi commuove, perché i bambini, i ragazzi, sono il futuro e lo sappiamo. Anche chi non è genitore e semplicemente si guarda attorno, un po' di preoccupazioni le ha di certo e spera, pensa, vorrebbe trasmettere il meglio che ha a chi è più giovane, piccolo, bambino. Le tematiche più varie attraversano l'album in quella che Flaco stesso definisce una metamorfosi, personale e musicale, dunque a questo punto, direi di parlarne con lui...

Flaco, il coleottero è proprio un simbolo di trasformazione no? e se si pensa al testo della canzone che poi da il titolo all'album ("Coleotteri", appunto), è una sorta di presa di coscenza, di superamento di una fase di cambiamento, emozioni miste e probabilmente una messa a fuoco sul futuro...?

"Bhe, più del coleottero, che per me rappresenta il ricordo e il memento della mia animalità, è lo scarabeo egiziano a simboleggiare la rinascita e per questo l'ho scelto come simbolo. Caso ha voluto che mi trovassi ad affrontare un cambiamento personale importante (la fine del rapporto coi Punkreas) nello stesso periodo in cui meditavo sulla necesità di uscire dalla bolla ideologica tipica della guerra fredda. Ho cercato per quanto possibile di far coincidere le mie trascurabili vicende biografiche con più importanti cambiamenti geopolitici e storici."

I testi e la musica sono tutti tuoi, ma il sesto uomo, Carlo "Tattoo" Ferrè, mi dicevi che è stato fondamentale...

"Il mio vecchio amico Carlo ha anche fornito spunti importanti dal punto di vista musicale, suggerendo arrangiamenti e soluzioni a cui non avevo pensato. Tuttavia, per quanto mi riguarda, il suo massimo merito sta nell'avermi convinto che potevo scrivere qualcosa di nuovo e di valido e nell'aver sostenuto il mio sforzo in un momento in cui ero piuttosto sfiduciato. Non penso che ce l'avrei fatta senza il suo appoggio e la sua fiducia nelle mie qualità."

"Gorky". È ispirata al romanzo di Martin Cruz Smith?

"No, in realtà è più ispirata a un noto saggio di Hobsbawm intitolato "Il secolo breve", in cui lo storico britannico tratteggia i caratteri della società europea dal 1914 al 1991, mettendo bene in rilievo il potere evocativo della rivoluzione russa su tutta la produzione intellettuale e politica del '900. Solo che l'.U.R.S.S. non c'è più e prima o poi ce ne renderemo conto anche in Italia (mai disperare). Casualmente in quel periodo ho rivisto un mediocre film, penso tratto dal libro e intitolato "Gorky" ed ho pensato che il parco più famoso di Mosca fosse perfetto per il titolo."

Andando in ordine beh, che dire... "Codice rosso". Le tematiche sono tante. Cosa pensavi o cosa hai pensato mentre scrivevi il testo di questo pezzo?

"Ho pensato che non potevo sopportare che una cultura le cui ultime produzioni intellettuali degne di questo nome e libere dal controllo religioso risalgono al XII-XIII secolo d.C., venisse a infettarci con le sue fantasie teologiche. È stata dura "liberarsi della Chiesa": sono seviti Cartesio, Kant, gli Illuministi e poi Nietzsche, Marx, Freud. Tutto questo percorso di secolarizzazione e relativizzazione del sentimento religioso l'Islam non l'ha affrontato. Usano la tecnologia occidentale, le armi, i computer e le droghe occidentali, ma li innestano utilitaristicamente su una cultura ingenuamente religiosa con tratti di violenza per me inaccettabii. Non parlo solo dei cosiddetti martiri che ammazzano bimbe di otto anni ai concerti pop. Parlo anche di un sistema patriarcale che tiene le donne sotto il giogo maschile, impedendone l'emancipazione. Capisco che uno nato e cresciuto nell'insegnamento islamico non possa pensare altrimenti, ma è compito suo evolversi e io non gli devo nessuna particolare comprensione né tolleranza."

Come immagini il futuro? In tutti i sensi, per questo progetto e anche in generale...

"Quanto al progetto ovviamente aspiro al massimo di successo. Dirlo ora che non mi si fila nessuno fa un po' ridere, ma ho la convinzione di essere semplicemente in anticipo sui tempi e basterà avere la pazienza di aspettare per capire chi ha ragione. In generale, invece, penso che le differenze culturali e le rigidità che separano popoli e nazioni siano destinate all'estinzione, ma per questo temo che ci vorranno secoli. La tendenza è inarrestabile, ma le resistenze sono molto forti."

"La canzone di Adamo"? Mi chiedevo... a chi si rivolge (se si rivolge a qualcuno)?

"Adamo non è altri che Adam Smith, noto economista sostenitore del liberismo e dell'automatica capacità delle leggi di mercato di operare per il meglio (la cosiddetta "mano invisibile"). Si rivolge a tutti quelli che negli ultimi decenni hanno sostenuto i miracoli del libero mercato e spinto per privatizzazioni e deregulation. La verità è che il nostro sitema di produzione, se non controllato e direzionato verso un'equa distribuzione, tende naturalmente ad arricchire i ricchi e impoverire i poveri. Fino al punto in cui i disagi dei poveri sono così forti da mettere a rischio il patto sociale. Ci stiamo avvicinando."

E poi c'è "Bubblegum". È una denuncia e questo è abbastanza evidente e forse c'è anche del timore per il futuro. Il messaggio è quello di non farsi prendere da tutto ciò che ci può in qualche modo togliere umanità e renderci solo... gomma da masticare?

"La tecnologia digitale e la biogenetica portano con sé minacce di una grave disumanizzazione. Non vedo soluzioni private efficaci. È un movimento storico e collettivo, perciò non basta "astenersi". Temo che tra qualche anno si passerà dalla miocentesi alla selezione preventiva del patrimonio genetico ai fini della riproduzione, che a quel punto non sarà nemmeno più una ripoduzione sessuale. Ci penserannno i medici a far incontrare ovuli e spermatozoi selezionati. Tecnicamente ci siamo già molto vicini. Penso che contro questa tecnicizzazione del bios, della vita, risorgeranno fanatismi religiosi e superstizioni violente. Al momento non trovo un posto confortevole né da una parte né dall'altra. Sono nato umano e credo che da umano morirò. Ci tengo."

Adesso la mia preferita. "Docici ore". Racconta tu, è tanto bella che preferisco sia solo tu a parlarne.

"Bhe, questa è proprio una canzone scritta per i figli. Innanzitutto i miei, ma poi per i figli in generale. Molti artisti a un certo punto della loro vita sentono il bisogno di lasciare un messaggio in bottiglia alle future generazioni. Questo è il messaggio che sento di poter lasciare io. In sintesi: non aspettarti che il passato e nemmeno il presente abbiano una particolare stabilità, soprattutto oggi. E non dimenticare che se il presente è sempre e comunque il frutto del passato (e per questo bisognerebbe studiare la storia prima e più di qualsiasi altra disciplina, scienza compresa), tuttavia il futuro è sempre aperto, "unwritten" come diceva Joe Strummer. Almeno finché resteremo "imprevedibili esemplari umani". Non ho - purtroppo o per fortuna - molte altre verità da consegnare ai miei figli."

Dici che 'siamo quasi fuori dalla "Zona d'influenza" ', quella che avrebbe portato all'americanizzazione generale e globale... come la intendi? Perché secondo te saremmo quasi fuori da questa zona d'influenza?

"Perché il secolo americano è finito. Oggi altri attori importanti si affacciano e prendono posto nelle dinamiche culturali, economiche, politiche. Cambiano i rapporti di forza e l'America, da Impero, sta lentamente - ma io penso inesorabilmente - trasformandosi in uno dei tanti centri di potere. L'elezione di Trump, ben lungi dall'essere un incidente di percorso, mi sembra il sigillo che gli americani stessi hanno messo sulla loro oscura consapevolezza di aver terminato la loro parabola imperiale iniziata con l'intervento durante la prima guerra mondiale. Ci vorrà ancora molto, sia chiaro. Dopotutto hanno qualcosa come quattordici portaerei e controllano tutti gli oceani, ma questa è la tendenza."

Fermiamoci un attimo. Se tu dovessi pensare a qual è la canzone che hai scritto alla quale sei più legato in assoluto... riesci a individuarne una sola?

"Sono particolarmente legato a "Cuore nero". Forse perché sia musicalmente che a livello di testo è un po' anomala. Sicuramente perché nel video la protagonista è mia figlia Melissa, all'età di otto anni, vestita di bianco e coi capelli al vento: quanto di più vicino alla pura innocenza e alla bellezza in sé, la bellezza in quanto tale. Scrivere, registrare e dare un'immagine a quella canzone è tata un'emozione unica e particolare."

In "Scura", oltre che parlare delle guerre, dei massacri, di tutta quella povera gente che scappa e non sa più da che parte andare... sembra tu abbia perso un po' la speranza che le cose possano migliorare in futuro. È un'impressione o è così...?

"No, non direi. Ho un rapporto problematico con quella canzone. Mi piace musicalmente – c'è anche lo zampino di Carlo – ma il testo è stato scritto sull'onda dell'emozione. L'emozione è importante, ma in politica serve a poco e anzi, rischia di essere dannosa. Sull'immigrazione va fatto un discorso non ideologico e non emotivo. Accogliere e respingere in blocco mi sembrano ambedue reazioni emotive poco sensate. Se dovessimo prendere decisioni in base alla pura emotività, le tragedie del mare ci porterebbero ad aprire tutte le frontiere senza distinguo, ma gli orribili attentati di cui si sono macchiati gli integralisti ci spingerebbero in un direzione opposta altrettanto irrealistica e insensata. Direi che l'emozione va bene per una canzone, ma è bene che resti confinata lì."

Quali sono i tuoi ascolti adesso e cos'è cambiato rispetto a vent'anni fa?

"Non molto a dire la verità. A parte il fatto che leggo sempre molto più di quanto ascolto, non mi sembra che negli ultimi dieci anni sia uscito qualcosa di indimenticabile. L'ultimo gruppo cui concederei lo statuto di "irrinunciabile" sono i RATM e il loro disco migliore è del 1992. In compenso sono costretto, sempre grazie ai miei figli, a spararmi pesanti dosi di rap italiano contemporaneo e a sentirmi questi ragazzini che si dipingono come pericolosi criminali perché hanno tre grammi di fumo in tasca. Sopporto e ogni tanto storco il naso, anche per dargli la soddisfazione di una disapprovazione. È importante che i figli si sentano sostenuti e compresi, ma è altrettanto importante che ogni tanto io dichiari la mia totale estraneità al loro mondo, musicale e non. Se no che ci sto a fare?"

"1861". È un anno in cui sono successe un sacco di cose storicamente parlando. Nel pezzo sembri fare riferimento più allo "spegnimento", come lo definisci tu, di tutte quelle comodità e dell' "agio", se così possiamo chiamarlo, derivato dal boom economico, dall'arrivo anche qui del consumismo di massa e così via. Tutto ciò a causa delle/ della crisi, nazionale e internazionale e forse da un decadimento che sembri, almeno dal testo, ritenere naturale perché... "la storia si ripete"? Sembri poi riportare il discorso proprio a quell'anno, il 1861, in cui c'erano i primi segni dell'unione d'Italia, in cui è stata coniata la Lira... e in America al tempo stesso si formavano pian piano gli Stati Uniti e arrivava Lincoln come 16° presidente americano. Che mi dici riguardo a tutto questo?

"Bhe, hai già detto molto tu. L'Italia è nata in condizioni molto particolari, ultima tra le principali nazioni europee e tramite la fusione di un Nord e un Sud molto diversi e piuttosto ostili l'uno all'altro. Dopo la prima e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale abbiamo goduto di una rendita di posizione (strategica) particolare. Da noi la guerra fredda è stata piuttosto "calda", se consideri il terrorismo e le stragi di stato. Tuttavia eravamo importanti per le grandi potenze che facevano arrivare i loro aiuti. Oggi non è più così. O (ri)scopriamo il senso di una politica e un interesse nazionali o finiremo frantumati."

"Testata nucleare". Non c'è molto altro da dire, nel senso che già il titolo è una denuncia verso i potenti che minacciandosi gli uni con gli altri per le loro smanie, se ne fregano altamente delle persone.

"Sai, a volte l'impressione è che ai grandi progressi in campi come la tecnologia militare non siano corrisposti da adeguati aggiustamenti antropologici. Siamo sempre delle vecchie scimmie litigiose, ma invece dei bastoni oggi abbiamo le atomiche. La cosa è un po' inquietante."

Stai già scrivendo altri pezzi?

"Comincio in questi giorni a lavorare su delle tracce accumulate negli ultimi mesi. Vorrei uscire con un paio di pezzi nuovi entro fine anno. Vedremo."

Cosa augureresti alle nuove generazioni di musicisti e cosa alle nuove generazioni in generale?

"Ai musicisti non saprei. Tendo a considerarli una razza in via di estinzione dal momento che il digitale ha reso la musica tanto disponibile quanto insignificante, se non come sottofondo sonoro. Restano giusto gli adolescenti a ritenerla una parte importante della loro esistenza. Per tutti gli altri, l'augurio è di studiare e conoscere abbastanza il passato per non ripeterne gli errori nel futuro. Non è vero che la storia non serve a nulla e che tutto si ripete uguale a se stesso. Diciamo che gli insegnamenti della storia sono un po' più complessi di quelli della matematica e non possono avvalersi della sperimentazione per fare le verifiche necessarie. Quelle arrivano dalla storia stessa, con calma e non si possono produrre in laboratorio."


This is Flaco!

Flacopunx
Link:



"Testata nucleare" e "Dodici Ore" - Flacopunx:

 

lunedì 19 giugno 2017

La storia del cinema (parte 6): dal muto al sonoro, con Ford e Hawks

Dopo il cinema dadaista degli anni Venti, le avanguardie sostanzialmente morirono. Con l'arrivo del sonoro, delle nuove tecniche e tecnologie e con i maggiorati costi di produzione, le sperimentazioni artistiche si ridussero notevolmente fino a scomparire del tutto negli anni Trenta. Il cinema sonoro nasce infatti proprio intorno alla crisi del '29 e non a caso inizia ad essere una sorta di antidoto alla difficile situazione della società americana e non solo. Il cinema, che già con il muto aveva conquistato il grande pubblico, si rafforzò ulteriormente. E' un momento di evasione dalla realtà, da una quotidianità sicuramente difficile per le persone ed è questo il suo grande punto di forza, come era accaduto in precedenza per il muto. Il primo film sonorizzato (e si parla ancora di musica, non di dialoghi tra attori), fu realizzato dalla Warner, che sperava di risollevarsi dalla crisi in cui si trovava proprio introducendo questa novità.

Nel 1926 dunque, la Warner lanciò il primo film in sonoro ("Don Giovanni e Lucrezia Borgia"), accolto dal pubblico con enorme entusiasmo e Il successo di questa prima realizzazione la portò inevitabilmente a proseguire in quella direzione, fino ad arrivare l'anno dopo alla produzione di film con musica, suoni e parlato. Tutte le case cinematografiche iniziarono perciò a seguire l'esempio della Warner, dall'America all'Europa, portando alla definitiva scomparsa del cinema muto a favore di sempre più numerose produzioni in sonoro. Il periodo Roosvelt, dunque, coincise con una grande ripresa dell'industria del cinema americano, che si impose sempre di più a livello globale. Lo stampo hollywoodiano, con i suoi generi e le sue caratteristiche, diventò il vero punto di riferimento del settore. E' in questo periodo che la figura del produttore cinematografico diviene essenziale, perché è lui, il produttore, ad essere realmente a capo di tutto. Per quanto riguarda il resto del mondo e l'Europa appunto, nonostante l'influenza americana sia la più imponente, si fa strada anche la completamente diversa idea di cinema del mondo sovietico. I sovietici non hanno ancora la tecnica già presente da anni negli Stati Uniti quando iniziano a produrre in sonoro, ma vi si interessano soprattutto perché credono che la nuova tecnologia sia impiegata dagli americani nel modo sbagliato. Per i sovietici, gli americani puntano solo al gradimento del pubblico, mentre per loro, il miglior modo di elevare questa nuova tecnologia è quello di rappresentare la realtà così com'è. In Italia, così come nel resto d'Europa, arrivano pian piano entrambe le influenze, anche se quella americana continua ad essere la più influente. Due registi fondamentali nella storia cinematografica americana, furono John Ford e Howard Hawks.

John Ford
Il primo, per tanti anni si occupò di western con grande successo (vista anche la sua personale interpretazione del genere, spesso presentato con un'impostazione ironica e un linguaggio povero ma mai scontato). In un secondo tempo però, decise di evadere dai cliché del genere, dimostrando così un talento ben superiore a quello mostrato in tutti gli anni precedenti. Si inoltrò in generi diversi, cercando ispirazione nella realtà d'ogni giorno, negli accadimenti storici, nei drammi – spesso – della società, della gente. I suoi personaggi erano caratteristici, complessi e mostrarono al pubblico, con le sue storie, la sua personale visione della realtà, della vita e delle casualità che la stessa a volte pone, in positivo e in negativo. Il suo modo di fare film rende le storie quasi senza tempo, anche se poi il cinema di Ford divenne negli anni un punto di riferimento e certamente lo specchio di un'intera epoca. Il tutto con una grande attenzione per i dettagli.

Howard Hawks
Hawks invece lavorò in modo differente. Rappresentò l'altra faccia dell'americanismo, fu l'esempio perfetto del regista hollywoodiano e fu egli stesso produttore. Hawks rappresentò i costumi e le ideologie americane dagli anni Trenta ai Sessanta, produsse molto e si concentrò sulle trasformazioni che la storia portava. Ciò che più lo interessava erano gli aspetti più strani, inusuali e a tavolta umoristici della realtà. Non gli importava molto degli ideali. I suoi personaggi erano coraggiosi ed eroici, ma apparentemente disinteressati e le sue ambientazioni non avevano nulla a che fare con la cura del dettaglio che oramai miriadi di registi ritenevano fondamentale. Hawks non credeva nel cinema – spettacolo, disprezzava la tecnica e non se ne interessava più di tanto. Il suo intento era quello di raccontare, narrare attaverso personaggi, resi liberi di agire come meglio credevano. Nonostante questa "non curanza" per la spettacolarità e il dettaglio, il risultato è lo stesso. I suoi film sono comunque perfetti e raggiungono sempre il successo popolare, come se dietro ci fosse stato un lavoro preciso e paziente. E a quanto pare fu proprio questo il suo punto di forza.

Dopo aver realizzato nel 1928 il suo primo successo "Barbablù", la sua carriera trovò grande possibilità nella realizzazione di "Scarface", prodotto nel 1930/1931 ed uscito nel 1932. Molti non sapranno in effetti che il gigantesco "Scarface" di Brian De Palma del 1983, interpretato dal'unico e inimitabile Al Pacino, è stato tratto liberamente proprio da questa prima versione di Hawks. L'abilità di Hawks stava nel riuscire a produrre con successo film d'ogni genere, dal noir alla commedia sino al musical. E' lui, in effetti, a dirigere - ad esempio - film quali "Gli uomini preferiscono le bionde" con l'intramontabile Marilyn Monroe. Dagli anni '50 in poi invece, Kawks si dedicò soprattutto al western, esaltando temi a lui cari quali il coragggio e l'amicizia virile.

domenica 21 maggio 2017

Lorenzo Riccardi: "È la canzone a guidarmi"

Lorenzo Riccardi, ph Rosa Maria Peralta Fernandez
Lorenzo Riccardi. L'ho scoperto grazie a un amico e se non lo conoscete vorrei farlo conoscere anche a voi. Lorenzo Riccardi è un eccezionale cantautore nato a Pavia, nel giugno del '64. La sua storia (andate a leggerla) la potete trovare sul suo sito ufficiale www.lorenzoriccardi.it, dunque io vorrei parlarvene in un altro modo, semplicemente attraverso le sue canzoni. In particolare abbiamo scambiato qualche parola riguardo a due pezzi che io amo molto e sui quali gli ho posto un paio domande."La canzone del porto" (da "Strade perse", 1997) e "Il diavolo nella bottiglia" (da "Tra fiamma e candela", 2003). Prima delle risposte del gentilissimo poeta, i testi dei due brani. A seguire, due video live, in cui non potrete non vedere e sentire tutta la sua intensità...

"Il diavolo nella bottiglia":

C'è il diavolo nella bottiglia
nera, nera con il tappo blu
ma la sete, ma la sete mi piglia
e il diavolo lo butto giù.
Bevi, bevi che ti passa la fame
e la sete, intanto non c'è più .
Il diavolo nella bottiglia vuota
con la scritta: Belzebù.

Nessuno uscirà da qui,
nessuno uscirà vivo,
nessuno uscirà da qui,
nessuno uscirà vivo.

Hai visto terra e mare,
lo spazio intorno al mondo,
sei stato sulla luna
nell'abisso più profondo
e in nome del profitto
o per falsa umanità:
veleni, fame, guerra,
queste ed altre oscenità.

Nessuno uscirà da qui,
nessuno uscirà vivo,
qualcuno pensa di si,
speranze appese a un filo.

E la signora fila il filo
e un filo è da tagliare,
è per la pecora nel bosco
sgozzata da un maiale.
Nessuno uscirà vivo
nemmeno un generale
nessuno uscirà da qui
sempre ammesso che sia male.

E davanti al nulla si può finire
facendo imitazioni
come immagini, riflessi
di chi conta e fa milioni.
Di chi canta controvento,
di chi pensa positivo,
nessuno uscirà da qui
fino a quando sarà vivo.
Ahi ahi ahi ahi …

Nessuno uscirà da qui,
nessuno uscirà vivo,
qualcuno crede di si,
speranze appese a un filo.
Nessuno uscirà da qui,
nessuno uscirà vivo,
non resterà più niente
del programma interattivo.

Ma in cielo nasce il sole
che muore quando è sera
e il correre del tempo
a volte fa paura,
ognuno col suo viaggio
come sabbia tra le dita,
ma tutti chiusi dentro a questa
maledetta vita.

"La canzone del porto":

C'è una nave all'orizzonte,
ad un tiro di cannone,
non c'è nessuno sopra il ponte
a reggere il timone,
non ha bandiera non ha nome
sulla sua fiancata,
è una goletta portoghese
spero non sia pirata.

Ora la vedo meglio
e vada come vada
è sempre più vicina
è ancorata nella rada,
non segnala non minaccia
ma io conosco il trucco,
meglio vederci chiaro prima di
concedere l'atracco.

Io sono il porto dove arrivano le navi
dopo la tempesta,
dove si svegliano i marinai
il giorno della festa,
dove si piangono gli amori
finiti infondo al mare,
dove si lasciano i dolori
prima di salpare.

Quindi dimmi il punto esatto,
dimmi da dove sei venuta,
cosa mi spetta per contratto
quando sarai partita,
quali colori usi
per dichiarare guerra
e quanto tempo hai navigato
senza toccare terra.
Io sono il porto dove arrivano le navi
dopo la tempesta,
dove si svegliano i marinai
il giorno della festa,
dove si piangono gli amori
finiti infondo al mare,
dove si lasciano i dolori
prima di salpare.

Come sono nati questi splendidi pezzi...? 

"La canzone del porto è nata una mattina all'inizio degli anni novanta: ricordo che dalla chitarra mi uscì quella specie di minuetto vagamente mozartiano che costituisce la frase musicale dell'introduzione, poi mi venne l'idea del porto che parla e si rivolge alla nave come ad un'amante e la canzone ha preso forma. De Il diavolo nella bottiglia non ricordo molto, deve essere cominciato tutto con “Nessuno uscirà da qui, nessuno uscirà vivo”. Posso dire che il titolo e l'idea del diavolo chiuso dentro la bottiglia vengono dall'omonimo racconto di Robert Louis Stevenson, nel quale una bottiglia con dentro il diavolo passa da un personaggio all'altro con varie conseguenze. Nella canzone, invece... tutti noi esseri umani siamo chiusi in una bottiglia, che è la vita, con il male da noi stessi generato."

Quali erano gli "intenti" – se così si possono chiamare - di questi brani, se effettivamente c'erano/ ci sono? 

"Quasi tutte le mie canzoni sono nate di getto, musica e parole insieme; capita che una frase o un ritmo comincino a ronzarmi nella testa e capisco che devo mettermi li, magari con la chitarra, e registrare o scrivere. In genere dopo un'oretta la canzone ha preso forma almeno nelle sue linee essenziali. Josè Saramago diceva che la gente crede che gli scrittori scrivano certe cose perché vogliono esprimere una determinata idea o sentimento e invece le scrivono perché suonano bene. Sono d'accordo e penso che, per motivi squisitamente tecnici, sia ancora più vero per la canzone, almeno per le mie. Non credo quindi di poter parlare di intenti ne di intenzione perché in realtà è la canzone a guidarmi, nel senso che la struttura, il ritmo, le rime suggeriscono delle assonanze, dei contrasti e delle immagini che vanno necessariamente seguiti, cioè sono io con il mio bagaglio tecnico e umano a condurre il gioco ma fino a un certo punto. Probabilmente tutta una serie di stimoli, idee, stati d'animo, emozioni, esperienze si accumulano e quando il tutto giunge a maturazione nasce una canzone. Io stesso scopro cosa dice la canzone una volta che è finita e a sua volta chi ascolta, sulla scorta delle esperienze personali, della propria sensibilità, del momento, da la sua interpretazione, emotiva o razionale che sia." 




Grazie Poeta!

lunedì 15 maggio 2017

About Rock: un piccolo viaggio nel grande mondo del Rock




Rock. A volte sento usare questo sacrosanto termine fuori luogo. Non è bello. Il rock è storia, cultura, società, ramificazione, carattere, identità, collettività ed unicità. Al giorno d'oggi se non si sta attenti si rischia di sentir accostare la parola rock alle barbabietole. Il rock è una macrocatecoria della "popular music", da non confondere assolutamente con la "pop music" - dalla quale da metà del ventesimo secolo, anche in musicologia, si è fatta una netta distinzione. E' all'aba fu il rock 'n roll, nato negli USA tra la fine degli anni '40 e l'inizio degli anni '50, originato da generi quali il blues, il country, l'r&b, il gospel, il bluegrass, il folk, il jazz. Se A ha origine da B e B ha origine da C, allora A ha origine da C. Dunque si, il Rock è nato dal Rock'n Roll, ma per logica conseguenza nasce anche da tutti i generi sopracitati e si ramifica negli anni come le radici assetate di un gigante verde. Attorno alla metà degli anni cinquanta il rock 'n roll raggiunge un pubblico vasto ed inizia ad avere un impatto sociale non indifferente. Nel 1957, Chuck Berry, pubblica con la Chess Records "School Days" (conosciuta anche con l'alternativo titolo di "School Day (Ring! Ring! Goes the Bell) e quel pezzo rappresenta la meravigliosa rivoluzione del rock 'n roll. Il semplice racconto di un giorno di scuola, le sensazioni di un'adolescente, la pesantezza che come molti giovani il protagonista si sente addosso. Emozioni che prima del rock 'n roll non avevano granché modo di avere sfogo, ma quando la lezione finisce e i libri si chiudono, ora c'è il rock' n roll ad attenderlo: "Hail, hail rock and roll/ Deliver me from the days of old/ Long live rock and roll/ The beat of the drums, loud and bold/ Rock, rock, rock and roll/ The feelin' is there, body and soul. "Hail, hail, rock and roll". Versi che si potrebbero tradurre con un "grandinami addosso", "sconvolgimi" rock 'n roll. "Deliver me from the days old", "liberami dai tempi antichi". Mentre Chuck Berry cantava queste parole, il rock 'n roll stava facendo proprio questo. Finalmente, come Berry stesso scrive nel testo. Dunque, "Long live rock and roll", lunga vita al rock 'n roll e ancora "Il battito dei tamburi, forte e audace/ rock, rock, rock and roll/ La sensazione è lì, corpo e anima", perché basta "Sentire la musica dalla testa ai piedi" ("Feeling the music from head to toe"). Questo accade con il rock 'n roll. E' l'inizio della liberazione mentale, dell'evasione sociale, la nascita del coraggio di dire, fare, rivoluzionare. Spiegare per bene le origini e l'evoluzione del rock' n roll, le ragioni storiche, gli incontri e i confronti culturali che ne hanno dato i natali, i primi accenni e le influenze, le sfumature che negli anni sono entrate a far parte del genere, è cosa assai lunga e complessa (perciò come scrivo sempre, se volete approfondire - semplicemente... fatelo!). Facciamo dunque un salto alla successiva evoluzione. Dal rock 'n roll al rock. Da Jimmy Preston, Roy Brown, Hank Williams... attraverso Sam Phillips, Bill Haley (and His Comets), Bo Diddley e l'eterno Chuck Berry ed ancora Jerry Lee Lewiws, Little Richard e innumerevoli artisti del rock 'n roll dei primordi e del suo sviluppo, arriva poi l'influenza del folk e del cantautorato, prima con Woody Guthrie e Pete Seeger e poi con Bob Dylan e l'usignolo di Woodstock Joan Baez, che al folk dei primi aggiungono la sostanza di tematiche impegnate, a favore dei diritti civili e sociali. E come non parlare della poesia di Dylan... "Mr. Tamburine Man", ad esempio, pubblicata da Dylan nel '65 e riarrangiata lo stesso anno dai Byrds che la inserirono poi nel loro primo album con ulteriori contributi da parte di Dylan stesso o l'eterna (come tutte i pezzi di Dylan del resto) "Like a Rolling Stone" e la sua "miss solitude". Leonard Cohen che inizia proprio come poeta incidendo nel '57 un reading album e pubblicando poi nel '61 la raccolta di poesie "The Spice-Box of Earth" a cui seguiranno altre pubblicazioni. Ed è nel '67 che Cohen porta la sua poesia in musica con il suo primo album da cantautore, intitolato proprio "Songs of Leonard Cohen", passando durante la sua carriera attraverso i generi disparati, dal jazz al folk rock e al soft rock.  Quelli furono anche gli anni in cui Simon&Garfunkel si unirono a New York dando vita a "The Sound of Silence", prima in versione acustica e successivamente remixata con chitarra elettrica e batteria. Nel '67 arrivano altri gruppi, artisti, molto influenzati dal folk rock, quali i Fairport Convention e Pentagle (che unirono al folk anche jazz e blues). Nel anni sessanta, dal Regno Unito parte la "British Invasion": arrivano i Beatles e i Rolling Stones. I Beatles, che portarono al vasto pubblico generi quali il folk rock (dai Byrds) e il rock psichedelico e i Rolling Stones, che si distinsero fin dai primi album dando un colpo di coda alla musica, portando una svolta dalla quale innumerevoli gruppi avrebbero tratto ispirazione. Nascono il garage rock, genere considerato "padre del punk rock" e il freakbeat (di ispirazione beatlesiana). Negli stessi anni, giungono al successo anche gli Who e il mod degli Small Faces. A seguire, mentre prende il volo il garage rock, anche il rock blues, che a differenza di altre ramificazioni si è sviluppato come "genere a se", si espande (sin dalla metà degli anni sessanta). E come non pensare a Johnny Cash, che da molti è ricordato come icona della musica country e certo, è vero, ma ha attraversato nella sua storia e facendo la storia, generi quali rock, blues, rock ' n roll, folk, alternative e chi più ne ha più ne metta. E fu proprio dal rock blues che poi nacque l'hard rock degli anni settanta, come estremizzazione del rock blues stesso. Pionieri del genere, naturalmente, i Led Zeppelin. E poi la surf music, con Dick Dale e successivamente i Beach Boys, il rock psichedelico nelle sue più svariate formeil movimento grunge con gruppi quali i Nirvana e i Soundgarden, se parliamo di tempi più recenti. E il movimento punk, con tutto il suo scoinvolgimento sociale. Altri grandi della storia, così grandi, come Frank Zappa, Tim Buckley, Captain Beefheart e poi... Jimi Hendrix, Janis Joplin, i Velvet Underground, i Doors, i Queen, tutti giganti. Sarebbero talmente tante le cose da dire e ovviamente un articoletto non può contenere tutta la storia del rock. La questione in ballo è sempre quella di "stuzzicare" e il punto centrale poi, non è solo scrivere un articolo che può risultare piacevole alla lettura per chi il rock già lo ama e lo conosce, ma appunto, incuriosire chi lo conosce meno, far venire quel "pizzicorio" che ti porta con curiosità ad andare a sentire, leggere, perché "questo non l'ho mai sentito, aspetta un po' che...".

mercoledì 19 aprile 2017

Dimitra Milan: l'Arte del Sogno (the Art of Dream) - it/eng


"Dimitra Milan è un'artista già nota al mondo, fin dai suoi quindici anni (ora ne dicassette, ndr). I suoi straordinari dipinti si trovano in collezioni private di tutta Europa e degli U.S.A. Nata in una famiglia di affermati artisti, Dimitra ha svilpuppato il suo stile e la sua abilità in tenera età, presso il Milan Art Intitute in Arizona, fondato dai suoi genitori, Ellie e John Milan. I suoi dipinti possono essere definiti "realismo astratto", con elementi romantici che ritraggono atmosfere sognanti nelle quali tutto è possibile. I suoi capolavori, attraversano il simbolismo, provocano spesso profonde emozioni. Dimitra esprime amore, speranza, autenticità e bellezza, attraverso i suoi tratti. Trova spesso ispirazione dai sogni che fa la notte. Come disse Van Gogh, "Dipingo i miei sogni e sogno i miei dipinti" e lei vive anche di questo. La donazione per cause di beneficenza continua ad essere una parte importante del lavoro di Dimitra quale artista emergente. I suoi dipinti sono spesso donati a organizzazioni no profit che contrastano il traffico di esseri umani a alla "Comfy Cozied 4 Chemo" che si occupa di assistenza alle famiglie e ai bambini malati di cancro. Attraverso un intenso programma di studio a casa, Dimitra si è diplomata con due anni di anticipo e questo le ha permesso di concentrarsi totalmente sulla sua carriera artistica. Attualmente vive in Arizona con la sua famiglia e viaggia regolarmente, andando in Grecia (e in altre destinazioni sparse nel mondo), per fare nuove esperienze e trovare nuove ispirazioni. Quando non è viaggio, la si può trovare nella sua abitazione vicino a Phoenix, mentre dipinge nel suo studio o si dedica al suo amato cavallo tra i pittoreschi paesaggi del Sud Ovest."

Questa è la traduzione della biografia di Dimitra, tratta dal suo sito ufficiale. Ho scoperto questa meravigliosa artista un po' per caso, per mia grande fortuna e non ho esitato un attimo nel contattarla. I suoi dipinti e disegni, sono di una Bellezza e di una Profondità che ti lasciano senza fiato. Prima si rimane sbalorditi, poi si inizia ad entrare nell'opera ed è davvero come immergersi in un sogno meraviglioso. I suoi dipinti vanno persino al di la' di se stessi, perché si percepisce nettamente la possibiltà di essere partecipi di tutto quel che sta all'interno, dentro, dietro, ai suoi dipinti. Mondi interi da esplorare, sogni divenuti realtà, senza confini, liberi, puri. Il talento di Dimitra è unico, è Speciale, come ho detto anche a lei. E sono davvero molto felice di averla incrociata sul mio cammino; lei, così dolce ed entusiasta, che ti trasmette colore e sogno, anche solo attraverso le parole. [This is the translation of Dimitra's biography, adapted from her official website. I discovered this wonderful artist by coincidence and I didn't hesitate for a moment about contacting her. Her paintings espress a Beauty and a Depth that leave you breathless. At a first glance, they leave you stunned. Than, you start feeling like you're entering the artworks themselves. It's really like stepping into a wonderful dream. Her paintings go even beyond themselves, because it's clearly perceptible the possibility of partaking of all that is within, inside, beyond, of her paintings. Whole worlds to explore, dreams that become reality, borderless, free, pure. Dimitra's talent is Unique, Special, as I also said to her. And I'm really happy that my path crossed whith hers, so sweet and enthusiastic, who transmits colors and dreams, even just through her words.]

 “I want my artwork to inspire people to make them feel anything is possible. I want people to understand their true identity and believe in their destiny.“ ("Desidero che i miei lavori ispirino le persone per far sentire loro che tutto è possibile. Desidero che le persone comprendano qual è la loro vera identità e che credano nel loro destino") Dimitra Milan

"I want my art to be a window into another realm, bringing heaven to earth. Art changes everything, it transforms us from the inside out." (“Desidero che la mia arte sia una finestra verso un altro regno che porta il paradiso sulla terra. L'arte cambia tutto, ci trasforma dal profondo”) Dimitra Milan


Dimitra, immagino che tu abbia iniziato a disegnare e dipingere fin da bambina, ma quando ti sei resa conto che la strada artistica, come per i tuoi genitori, era anche la tua? Hai sempre pensato di portare avanti questa carriera? [Dimitra, I guess you started drawing and painting since childhood, but when did you realize that the artistic path , as for your parents, was even yours? Have you always thought to pursue this career?]

Ho iniziato a dipingere all'età di 12 anni, presso una scuola d'arte allora appena aperta dai miei genitori, il "Milan Art Institute". Mi hanno insegnato tutto: le tecniche ad olio classiche, il disegno, l'astratto, la tecnica mista e il collage. Ho appreso molte delle mie abilità da loro. I miei genitori sono stati per me un punto di riferimento per fare passi avanti nella mia carriera artistica, mi hanno aiutato a spianarmi la strada. Anche loro sono artisti di professione ed hanno passato la vita a vendere le loro opere. È stato sfogliando il loro Porfolio che mi sono resa conto che la passione della mia vita sarebbe stata l'arte, da qualche parte "lungo il cammino" ho trovato la mia voce come artista. Ho realizzato che creare queste atmosfere surreali con caratteristiche e qualità del sogno e raccontare una storia, era qualcosa di unico. Avevo bisogno di andare sempre più in là. Avevo bisogno di proseguire, sentivo fortemente che potevo davvero portare questa visione molto lontano. Più dipingevo, più miglioravo. Si sono dispiegate miriadi di possibilità e le porte si sono aperte. Così ho scoperto che essere un'artista era la mia vocazione. Mi divertivo da impazzire. Non posso dire di ricordare esattamente il momento in cui ho pensato che sarei stata un'artista. Credo la passione si sia sviluppata sempre più nel tempo e più vendevo opere, più mi sentivo sicura.ì del mio stile. E ho pensato... "che altro potrei fare della mia vita?". Credo sia stato tutto molto spontaneo. [I began painting when I was 12 at an art school my parents just opened, the Milan Art Institute. They taught me everything: classical oil techniques, drawing, abstract/mixed media, and collage. I learned many of my skills from them. My parents were a major factor for me advancing into my art career, they helped pave the way. They are professional artists themselves, making a living by selling their artwork. It wasn't until I took their Portfolio class, that I figured out my life-long passion would have been art. Somewhere along the way in that class, I found my voice as an artist. I realized creating these surreal atmospheres with dreamlike qualities, and telling a story, was something unique. I needeed to hold onto it. I needed to pursue this, I felt strongly I could really take it far. The more I painted, the better I became. Opportunities unfolded, and doors opened for me. This was how I knew being an artist was my calling. I thoroughly enjoyed it. I can't say I remember the exact moment of wanting to be an artist. I think it was a developing passion, and the more artworks I sold, the more confident I became in my skills. And I thought... "what else could I do with my life?" I think it was really that simple.]


Sei spesso ispirata dai tuoi sogni, ma... spiegaci cosa accade, cosa succede nella tua testa prima di iniziare un dipinto? [You are often inspired by your dreams, but ... explain to us what happens, what happens in your head before starting a painting?]

Il processo creativo è un qualcosa che cambia ogni volta per me. La maggior parte delle volte, quando sto per iniziare un nuovo pezzo, sono ispirata da una visione. La vedo nella mia mente. Parto da diverse immagini, fotografie, fatte da me o trovate online e dipingo dalle fotografie, cercando di catturare quello che ho visto. Inizio con una mistura di base di colori, ottenendo le forme principali. Poi in ore di lavoro e strati di pittura ad olio, giungo al risultato finale. Mi rendo conto di aver finito quando sono innamorata di ogni area del dipinto. [The creative process is something that changes all the time for me. For the most part, when I'm about to start a new piece, I'm inspired from a vision I see in my head. I start using several pictures or photos, that I may take myself or on the web, as references for my painting, trying to capture what I saw. I start with a loose under painting, getting the major shapes in. Then I'll put in several hours, and layers of oil paint to get the end result. I know I’m done with it when I feel that I can love every part of the painting.]

Quali sono le tue altre principali fonti d'ispirazione oltre ai sogni? [What are your other major sources of inspiration in addition to dreams?]

Trovo ispirazione ovunque. Dalla musica, dai viaggi, dalle fotografie, dai miei sogni, ma sento che.. per la maggior parte l'ispirazione arriva da Dio. Credo che Lui mi dia queste idee, che mi mostri cosa disegnare ad ogni nuovo dipinto. È Lui che mette la necessità nel mio cuore di creare una determinata immagine. E mi aggrappo a questa visione o a questo ricordo ed inizio da lì. Prego e chiedo "qual è il prossimo?" e così arriva a me. [I find inspiration everywhere. Music, travel, photo shoots, dreams, but mostly I feel like... it comes from God. I believe He gives me these ideas. He shows what to paint next. He places this need in my heart, to create a certain image. And I hang on to that vision or memory, and start from there. I pray and ask "what's next?" and it comes to me.]

Ci sono altre forme d'arte che ami in particolar modo? [There are other forms of art you love in a particular way?]

Amo e apprezzo tutte le forme d'arte. La musica, la danza, la fotografia, la regia, la recitazione e sono convinta che anche la buona cucina sia un'arte. L'arte è trovare la bellezza e incanalarla attraverso il proprio cuore, manentendo al tempo stesso abbastanza libertà per esprimerla al mondo. Ogni prospettiva è unica e bella. Credo davvero che in ogni singola persona, ci sia il potenziale per una creatività illimitata. Solo alcuni di noi però, hanno compreso come sbloccarla. Possiamo trasformare il mondo, una persona alla volta. [I love and appreciate all forms of art. Music, dance, photography, filming, acting and I even think good cooking is an art. Art is finding beauty, and channeling it through our own hearts, while being free enough to express it to the world. Each perspective is unique and beautiful. I truly believe inside every single person, there is the potential to express unlimited creativity. Only some us, have figured out how to unlock it. When we find a way to express ourselves in pure authenticity, we inspire others to do the same. We can transform the world, one person at a time.]


Dimitra, è chiaro, vedendo i tuoi sogni, i tuoi dipinti, che hai un amore folle per la nostra madre terra e sembra che tu voglia trasmettere anche l'importanza del rispetto che l'umanità dovrebbe avere per essa e il rapporto speciale che tutti potremmo avere con la natura se solo ognuno lo desiderasse davvero... è così? [Dimitra, it 's clear, seeing your dreams, your paintings, your love for nature, for our Mother Earth, is great. It seems that you also want to convey the importance of respect that humanity should have for itself and special connection that we all might have with nature if only everyone really wished it ... isn 't it so?]

Sono ispirata dalla natura e dalla bellezza che vedo attorno a me, amo stare all'aria aperta. Le mie opere non sono "letteralmente" ciò che si vede, donne in connessione con la natura. Può esserne il significato per alcune persone, ma non è tutto lì. Dipingo animali, perché credo possano rappresentare qualcosa di più profondo. Per esempio, una tigre può essere simbolo di fiducia, audacia e dell'essere fedele a chi si è veramente. Dipingo donne a animali insieme, per creare una storia che ci colleghi ad essa e che può significare qualcosa di diverso per ognuno di noi. Gli animali, la natura, sono sempre una via per definirci. Sono simboli delle nostre vite. Ho iniziato a dipingere queste cose e ho realizzato di aver dipinto la mia stessa vita e quel che stavo affrontando. Ogni cosa è collegata, ogni esperienza, sogno, pensiero, storia e così è per tutte le sensazioni legate ad esse. [I am inspired by nature and the beauty I see around me, I love being outdoors. My artworks aren't what you literally see, so woman connecting with nature. It can mean that to some people, but that's not all. I paint animals in my artwork, believing they can represent something deeper. For example, a tiger can be a symbol of confidence, boldness, and being true to who you really are. I paint women and animals together, to create a story we can relate to and that can mean something different for each of us. The animals/nature are ways to define us. They are symbols in our lives. I've painted these things, and I realized after that I've painted my own life and what I was facing. Everything is connected, every experience, dream, thought, story, and feeling all eventually connects.]

Tu parli all'anima. Cosa vorresti dire in questo momento alle anime che leggono...? [You speak to the soul. What would you say, at this time, to the souls who are reading ...?]

Potete fare qualsiasi cosa porti il vostro cuore. I sogni si vivono e possono diventare la vostra realtà. Bisogna mettere a fuoco, metterci passione, darsi degli obbiettivi e avere determinazione per arrivare alla meta. Quindi sognate senza paura e andate verso la vita che avete immaginato. Siete spiriti potenti, messi su questa terra con un destino e uno scopo. Siete dotati di una voce unica e il mondo è in attesa di sentirla. [You can do anything you set your heart to. Dreams are living, and they can become your reality. It takes focus, passion, setting goals, and determination to success. So dream fearlessly, and go after the life you have imagined. You are a powerful spirit, placed on this earth with a destiny and a purpose. You are gifted with your own unique voice, and the world is waiting to hear it.]

So che viaggi molto, per scoprire il mondo e per trovare nuove ispirazioni. Qual è il luogo che più ti ha lasciato senza fiato e che ti ha ispirato maggiormente durante i tuoi viaggi...? [I know you travel a lot, to discover the world and to find new inspirations. What is the place which has left you breathless and inspired you the most during your travels ...?]

La Grecia è di gran lunga il luogo che preferisco, da sempre. Sono legata davvero profondamente a questo paese. Le mie origini sono in parte greche ed ho anche dei parenti che vivono lì. [Greece is by far my favorite place, ever. I really connect deeply with this country. My heritage is part Greek, and I have family who live there.]

Stai lavorando a nuove opere giusto? Ci saranno, se vuoi anticipare qualcosa, nuovi intenti? [Are you working on new works, right? There will be new intents, if you want to anticipate something..?]

Si, sto lavorando a nuovi dipinti. Le nuove idee sono diverse. Desidero dipingere qualcosa di più astratto, di più "sciolto" e modelli più drammatici ed evocativi. Spero di riuscire ad ottenere quel che sto immaginando, ma si sa – come accade ad ogni artista - le cose vengono fuori sempre diverse da come si immaginano. E questo a volte è anche diventa anche un vantaggio per me... [Yes, I am working on new paintings. My next few ideas, are something different. I want to paint more abstract, more loose, and very dramatic, evocative models. I hope to achieve the look I'm going for, but as every artist knows, it always comes out different from what you see in your head. And sometimes, this is to my advantage...]

Hai in programma esposizioni? [Are you planning new exhibitions?]

Non ho ancora esposizioni in programma per ora. Spero di farne presto alcune in Grecia, ci andrò quest'estate. [No exhibitions are planned as of yet. I hope to have some in Greece soon, I'll be traveling there this summer.]

Se tu dovessi scegliere un colore che più di tutti ti identifica, riusciresti a scegliere? E... qual è la parola che ami di più in assoluto? [If you had to choose a color that identifies you, what would you choose? And ... which is the word you love most?]

Trovo molto difficile scegliere un colore preferito o che mi identifichi... Penso potrebbe essere un rosa pastello o un blu-grigio. Una delle mie parole preferite è... Fioritura. [It's difficult to me to choose a favorite color or one that defines me... I think maybe a pastel pink or blue-gray. One of my favorite words is... Efflorescence.]

Fioritura... Dimitra Milan. [Efflorescence... Dimitra Milan.]

venerdì 31 marzo 2017

Pixies: "Where is My Mind?"

Pixies. Li conoscete? ve li ricordate? molti li avranno scoperti (o forse sentiti senza sapere chi fossero), nella colonna sonora (scena finale) del geniale film diretto da David Fincher (tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk), "Fight Club" (1999). Per chi non lo sapesse, i Pixies sono un gruppo alternative rock, considerato tra le più influenti band americane del genere. Hanno aperto le porte a uno stile musicale particolare, una combinazione di noise, power pop, garage rock, surf (rock e pop). La band è nata nell'86, a Boston, dall'unione di Black Francis (chitarra e voce), David Lovering (batteria), Kim Deal (basso) e Joey Santiago (chitarra). Negli anni '80 spopolavano e dopo anni di fermo per via dello scioglimento avvenuto nel '93, si sono riuniti nel 2004 tornando alla ribalta con una serie di tour mondiali di grande successo, con pubblico in delirio e Paz Lenchantin al basso. Se non li conoscete e volete approfondire un po', potete trovare la discografia completa sul loro sito ufficiale www.pixiemusic.com. Per dirvene una, Kurt Cobain, affermò di essersi ispirato alle loro dinamiche per la composizione di "Smell Like Teen Spirit": "Stavo cercando di scrivere per i Nirvana la canzone pop definitiva. In realtà devo ammettere che stavo derubando i Pixies. Quando li ho sentiti per la prima volta mi sono immedesimato subito. Ho pensato che avrei voluto suonare con loro, o almeno essere in una cover band dei Pixies. Abbiamo usato il loro stesso tipo di dinamica sonora: prima morbidi e tranquilli, poi rumorosi e duri." Ai tempi, i R.E.M. rappresentavano "i buoni" e loro "i cattivi", anche se in realtà come spesso affermato da Black Francis, erano ragazzi tranquillissimi, solo che nessuno ci credeva. Forse per il mix tra voce instabile, il nome d'arte un po' nerd e un po' all'opposto e l'aspetto trasandato. Vi ripropongo qui sotto "Where is my mind?", non solo perché le sonorità di questo brano mi mandano in estasi, ma il testo, ragazzi, il testo è un viaggio con molti retroscena. In pochi versi, ci sono diverse esperienze di vita, interpretabili in mille modi. Quindi, pezzo e traduzione a seguito, senza dimenticare però di aggiungere il video di un altro paio di brani altrettanto gustosi.


 

"Con i piedi per aria e la testa sul pavimento,
provi questo giochetto e giri,
la tua testa collasserà
e chiederai a te stesso:
"Dov'è la mia mente?"

La via per uscire dall'acqua
la trovi nuotando.

Stavo nuotando nei Caraibi,
gli animali si nascondevano dietro le rocce.
Tranne il pesce piccolo.
Ma mi hanno detto: "giura",
cercando di parlarmi.

Dov'è la mia mente?


La via d'uscita dall'acqua... la trovi nuotando?"


 

giovedì 2 marzo 2017

Gianni Cazzola, la quercia swing

Gianni Cazzola, il batterista padre del swing italiano


Gianni Cazzola. Ecco. Dire Gianni Cazzola è come dire "jazz", è come dire "swing". Se non lo conoscete, ve lo presento io (giovani e non, siate furbi, accorrete). Quando io e mio marito lo abbiamo incontrato è stato incredibile. Sentivo in me un subbuglio emozionale ascoltandolo parlare e pensando a quanto ha fatto questo artista, quest'uomo, nella sua vita. È un uomo gentile, molto dolce e ha il fare saggio di chi ha visto il mondo e conosce la vita e, più di tutto, la musica. Settantanove anni di carica, grinta, voglia di suonare, suonare e suonare ancora; di gioire e far gioire attraverso la musa. Per rendere un po' l'idea di chi sia, per chi non lo conoscesse, questo batterista è citato nell'enciclopedia Treccani "Tra i musicisti di alto livello espressi dal jazz italiano" e lo presenta così: "Mr. Cazzola è più di un musicista: è un pezzo della storia del jazz. I suoi tamburi hanno sostenuto, suonato e corroborato i più grandi jazzisti che il globo abbia ospitato". Per citarne alcuni, beh, si parla di Billie Holiday, Art Farmer, Johnny Griffin, Clark Terry, Dexter Gordon, Gerry Mulligan, Tommy Lee Flanagan e molti altri padri del jazz internazionale; artisti italiani quali Gianni Basso, Renato Sellani, Giorgio Azzolini, Guido Manusardi e l'elenco è lungo, molto lungo. Si è cimentato anche nel pop, con Mina e l'Orchestra di Augusto Martelli. Non credo di dover scrivere molto altro, perché penso che già quel che ho scritto possa rendere l'idea della sua grandezza. Sentire e vedere suonare Gianni Cazzola, per un amante della musica, è come ammirare le radici di un'imponente quercia, per un amante della natura. Chiacchierare con lui, direi che è una forma di poesia. Alza la cornetta e si preoccupa subito di sapere come sto, ci facciamo due risate e iniziamo a parlare...

Gianni... come ti sei avvicinato alla musica? Ricordi una scena, un momento particolare di te bambino, ragazzino, in cui hai pensato per la prima volta che non avresti mai potuto farne a meno?

"Io mi sono avvicinato alla musica... e alla batteria chiaramente, vedendo mio fratello. Lui era un dilettante, un autodidatta e suonava nelle orchestrine da ballo in Emilia, negli anni '50. Siamo nati in campagna, vicino a Bologna - e stavamo in questa tipica casa in mezzo alla natura nella quale lui, in una stanza, teneva la batteria ed io vedendola ne rimasi subito fulminato, fin dalla prima volta. Così nacque la passione. Forse capii che quella era la mia storia e doveva andare così... Vidi questa stupenda batteria verde, era di una marca che ora non c'è più - Super Alberti si chiamava - ed era molto bella, grande; allora usavano le batterie grandi. Quando lui andava a lavorare io mi fiondavo nella stanza e suonavo. "Picchiavo" più che altro. Inizialmente così, un po' senza senso, poi ho capito - anzi, mi hanno fatto capire - che avrei potuto suonarla veramente. Ero piccolino all'inizio, avevo nove anni. Sono un autodidatta completo, non ho mai studiato con nessuno, dunque sono proprio un musicista della strada... ho imparato ascoltando gli altri."

Cosa ti ha portato ad amare in particolare jazz e swing?

"Eh sai, in casa in quel periodo avevamo un vecchio grammofono e mio fratello aveva i V-Disk, "I dischi della vittoria" della seconda guerra mondiale. In quei album c'erano tutti i grandi: Duke Ellington, Louis Amstrong, Gene Krupa, che al tempo era il mio idolo... e a me piaceva un sacco quella musica; mi piaceva il ritmo, mi piacevano le melodie, dunque il jazz mi è entrato nel sangue fin da allora e poi la passione è cresciuta nel tempo..."

Hai suonato con tanti grandi, ma essendo io particolarmente affezionata a Billie Holiday... ("Ehhh... una bella passione", aggiunge teneramente), ti chiedo... come la ricordi? Come vi siete incontrati?

"Beh, io suonavo in un club di Milano nel 1958, con un mitico quintetto, famosissimo, che si chiamava "Basso Valdambrini Quintet"* e con loro stavo iniziando la mia carriera; abbiamo suonato tantissimi anni insieme. Avevo iniziato l'anno prima con Franco Cerri, poi fui scritturato da loro e, quell'anno, suonammo in questo club che si chiamava "Taverna messicana". Era frequentato da tutti i musicisti perché era un club fantastico, in cui si suonava jazz. E una sera... la vidi entrare: vidi questa donna stupenda scendere le scale con la sua pelliccia meravigliosa e (ride)... si sedette vicino a noi. Era lì per ascoltare la musica, la sera prima era stata in un famoso teatro di Milano - "Lo smeraldo" - e lei era molto... triste; però là, quella sera, avevamo degli amici comuni e pensarono che avrebbe potuto farle piacere se l'avessero portata da noi e così... dopo un po' cantò con noi, tre pezzi. Era una donna dolcissima. Alla fine la ringraziai, lei mi carezzò la schiena e mi disse "Yeah baby...", con la sua voce roca... un'emozione molto bella..."

*Nato nel 1950 da Gianni Basso - sassofonista, direttore d'orchestra e compositore - e Oscar Valdambrini – trombettista tra i massimi esponenti del jazz italiano, il quintetto fu esteso talvolta fino a un ottetto, a seconda delle esigenze. I componenti dello straordinario progetto si esibirono in tutta Italia e all'estero, collaborando con molti dei grandi del jazz italiano. Da Dino Piana e Mario Pezzotta (trombonisti) a Glauco Masetti e Attilio Donadio (sax), Gianni Cazzola – appunto – alla batteria e Renato Sellani (al pianoforte) - ndr.  

Gianni, come spiegheresti la musica a una persona che ipoteticamente non sa cosa sia?

"Ah beh, questo è un bel casino! (ride) Non è per niente facile risponderti! La musica si percepisce, si sente, non si può spiegare. Come un swing, come fai a spiegarlo? è una cosa che hai o non hai, non la studi. Siccome ha il swing lo ha studiato... no, no..."

Lo so, ma te l' ho fatta a posta questa domanda, ero curiosa di sentire cosa avresti risposto tu! ah ah!

"Eh davvero, è un po' dura rispondere qui, ah ah..."

Ellade Bandini, visto che ne abbiamo parlato quando ci siamo visti... Come ti dissi lo adoro, è un musicista incredibile e una persona dolcissima...

"Beh, è un fratello per me, lo sai. Ci vediamo spesso, si, si..." 

Come vi siete avvicinati voi due? 

"All'inizio è lui che si è avvicinato a me. Lui ha otto/nove anni in meno di me e mi seguiva, mi veniva ad ascoltare in giro. Dov'ero io, lui arrivava. Mi ha sempre seguito perché ha sempre amato il mio modo di suonare. E io pure ho amato il suo, molto. Lui è veramente un grande... nel senso che oltre a suonare bene il jazz, è il batterista più completo che io conosca, anche nella musica più commerciale per dirti. Ha suonato con tutti i più grandi come ben sai".

Altra domanda abbastanza classica, ma vista la tua grande esperienza non è fattibile che manchi. Cosa dovrebbe tenere sempre presente un musicista emergente, secondo te?

"Ascoltare. Ascoltare con umiltà i vecchi musicisti, ascoltare la tradizione. Oggi ci sono troppi musicisti che... magari suonano anche bene, ma suonano "la moda". Non conoscono nemmeno, magari, certi batteristi, trombettisti, sassofonisti... perché oggi è cambiata la storia, non è più come prima. Prima era un ascoltarci continuo, adesso se la tirano pure."

E a volte sono pure delle schiappe e pensano di essere chissà chi... ne ho beccati a bizzeffe così – (commento io, ridendo per... non piangere?)

"Esatto!!! ah ah ah! è proprio così!"

E invece guarda caso, di solito i più grandi hanno anche un'umiltà pazzesca. Come dico sempre, se un artista perde l'umiltà...

"Ah si, manca tutto, perde tutto."

Ecco, una domanda che mi è venuta adesso. Visto che inizialmente ti veniva un po' da ridere perché in tutti questi anni, più o meno, ti hanno fatto sempre le stesse domande. C'è una domanda che magari avresti voluto ti venisse posta, ma non te l'hanno fatta? e se si dammi la risposta! ah ah!

"Ehh non mi viene (ride, in maniera dolcissima). Piuttosto, parliamo di questa cosa, a cui tengo molto. Ho creato, anzi non io perché è un'idea del grande Sandro Gibellini, un gruppo sulle musiche di Fats Waller che si chiama "Fatsology": è una delle cose più belle che io abbia fatto negli ultimi trentacinque anni di carriera. La formazione comprende appunto Sandro Gibellini alla chitarra, Alfredo Ferrari al clarinetto, Marco Bianchi al vibrafono, Roberto Piccolo al contrabbasso, io alla batteria e Alan Farrington alla voce. Questo è davvero un bellissimo progetto; saremo anche all'Umbria Jazz, tra le altre cose."

Com'è la tua anima Gianni?

"Tre volte jazz e cinque volte swing..."

Concludo con la mia domanda "canone". Dimmi, di che colore sei....

"Eh... il colore, beh, rosso blu! sono del Bologna! (ride di gusto) Però il mio colore preferito è il verde, fin da piccolo ho sempre amato questo colore. Forse perché sono nato in campagna e ho sempre visto un sacco di verde, che ne so, ah ah!"

Gianni, il primo sulla destra, con Billie Holiday e il Basso Valdambrini Quintet
 
O forse, ho pensato poi io, anche perché la prima batteria con la quale ha iniziato era... verde?

Grazie Gianni... e come dici sempre tu: "Un grande abbraccio swing"...

Gianni Cazzola, Nico Menci, Paolo Benedettini, "Aloner Together", "Smell Swingin' " 2016


"Gianni Cazzola's 4et", live in Jazz Club Torino, 2015


Gianni Cazzola in "Basso Valdambrini Quintet", "Mitigati", 1960