lunedì 22 giugno 2020

"Alex" di Oscar Mariotti - 2° classificato al Concorso L.A. Editing

"Donna misteriosa" di Emil Berg

Oscar Mariotti, con “Alex”, è il secondo classificato del concorso di L.A. Editing. Lo stile di Oscar è definito, ma allo stesso tempo si percepisce - per un occhio esperto – la voglia di sperimentare. Ha iniziato a scrivere di recente, circa un paio d’anni fa e questo – visti i risultati – fa comprendere quanto a volte anche scoprire “tardi” una passione, non significhi aver “perso tempo”. Non sempre chi scrive e ha le abilità per farlo, come in questo caso, lo sa e lo fa fin dalla più giovane età. Ciò non toglie che questo percorso possa diventare di fondamentale importanza nella propria vita, che la scrittura possa divenire una necessità creativa di cui poi non puoi fare a meno, perché in fondo è sempre stata lì ad aspettarti. Ho avuto modo di leggere altre cose di Oscar Mariotti ultimamente e sono felice di dire che “è nato uno scrittore”. Non anticiperò nulla su questo racconto, vi lascerò godere di ogni scena. Si, ogni scena: perché Oscar racconta i passi delle sue storie come scene di un film.


Alex

Nel salotto buio, seduto sul vecchio divano, fissava lo schermo del computer. Fece scorrere immagine dopo immagine, posizione dopo posizione, la vita del signor Brunetti.

Lapo Brunetti, capo filiale di Cavriglia, era un mezzo uomo e mezzo marito di mezz'età. Dalle foto che stava guardando Alex, era evidente che non gli riuscisse bene nemmeno di tradire. La moglie era la brutta copia di una ragazza di campagna, sciatta nel vestire e con qualche chilo di troppo, con grandi occhi nocciola, onesti e speranzosi. La ragazza che era con lui nelle foto, rubate dalle finestre di un appartamento, era alta, bionda e magra. Molto, forse troppo, giovane e giocava con lui come il gatto con il topo. Rappresentava l’antitesi della moglie e non gli offriva certo amore, comprensione o una banale e tediosa quotidianità.

Alex guardò il soffitto, aspettandosi un po' di rumore. Arrivò il silenzio e scosse la testa: niente, totale immobilità, una quiete persistente. Prese uno Xanax dalla tasca, lo buttò giù con un sorso di rum e attese che facesse effetto. Lo schermo gli proponeva corpi nudi e tradimenti, lucide forme che si muovevano all'interno di appartamenti sporchi, grigi e senz’anima. Sorrise e pensò che quei luoghi, quelle camere da letto dalle lenzuola dozzinali, altro non rappresentassero se non l'essenza dei "gentiluomini" che le frequentavano.

Tornando a casa si era fermato alla Bottega e il ragazzo alla cassa aveva alzato la testa mostrando un sorrisone, per poi infilare le mani sotto il bancone e appoggiare una grossa busta gialla sul ripiano.

- Roba forte, Alex.
- Niente spoiler, Robi. Quanto ti devo? 
- Venticinque. Quel tipo se l'è proprio goduta.
- Già - gli dette i soldi e uscì per strada.

Tito, il gatto, si strusciò alla gamba e lo riporto alla realtà. Lo guardò severamente:

- Cosa vuoi? – gli chiese stranito.

Il gatto saltò sul divano e si mise accanto a lui. Guardava incuriosito le foto scorrere sullo schermo e con grazia e dignità si volse verso Alex:

- Non vi capirò mai, umano.

Alex rimase impietrito e cominciò a pensare di aver avuto un’allucinazione. Di sicuro lo Xanax stava facendo il proprio dovere e si rilassò. Sorrise e accarezzò Tito che cominciò a fare le fusa:

- Perché vi legate a una femmina per tutta la vita? – ora Tito lo fissava seriamente.
- Cosa diavolo succede? – gli domandò stupefatto Alex.
- Puoi anche rispondere… – commentò l’amico gatto.

Alex si alzò intontito e barcollò verso la cucina. Si versò un bicchier d'acqua e si appoggiò al tavolo.

- Mentre sei lì, potresti darmi da mangiare - aggiunse Tito con pigrizia.
- I gatti non parlano, Tito.
- Gli uomini non pensano, Alex - saltò sul tavolo e si sedette, poi continuò - perché vi dovete scegliere una compagna per la vita e poi vi dovete nascondere quando andate in cerca di altre femmine?
- È complicato – provò ad argomentare l’uomo.
- No, non lo è.
- Tito, ti ho visto più di una volta andare in cerca di gatte.
- Sono loro che mi vogliono, Alex.
- E sappiamo bene quanto sei orgoglioso di questo.
- Bisogna sempre conservare la propria indipendenza. Se lasci che ti piantino addosso le unghie, sei perduto.

Alex sentì la camera vorticargli intorno e si aggrappò al tavolo. Riuscì a trascinarsi fino al divano e chiuse gli occhi:

- Il cibo, Alex. - sentì il morbido pelo di Tito contro la propria guancia - Alex, che razza di nome è Tito? Ti voglio bene ma...

Il giorno dopo si svegliò depresso e dolorante. Si guardò in giro e non riuscì a scorgere Tito. Lo schermo era ancora acceso e lo fissava, in attesa di una sua decisione.

Si preparò il caffè e decise di parlare chiaramente con il signor Brunetti. In fin dei conti era stato assunto per scoprire una possibile tresca di sua moglie. La signora Brunetti era una donna trasparente, nessun vizio e soprattutto nessun amante. Suo marito invece era di tutt’altra pasta e gli stava antipatico. Avrebbe parlato con lui e dopo aver riscosso lo avrebbe mandato al diavolo. 

Prese il caffè e trovò Tito che dormiva nel suo letto: preferì non disturbarlo. Decise di farsi una doccia lunga e bollente e prima di uscire riempì la ciotola dell’amato gatto, per poi prendere il computer. Poche scale e si ritrovò in strada. Prese il cellulare e compose il numero:

- Carlo, hai da fare?
- Buongiorno a te Alex.
- Buongiorno. Hai da fare ora?
- Sono in studio, perché? - la sua voce risultava, come sempre, calma e profonda. Alex la odiava da sempre quella voce, fin da quando erano alle superiori.
- Mi è successa una cosa strana, ieri sera.
- Ho dieci minuti.
- Grazie.
- Dai, dimmi.
- Ho parlato con il gatto.
- Niente di strano. Anche io parlo con il mio gatto, - si schiarì la voce - il problema nasce se ti ha risposto.

Alex lo immaginò che sorrideva compiaciuto, seduto alla sua grande scrivania di legno scuro:

- Appunto, Carlo.
- Mi vuoi dire che Tito ti ha parlato?
- Esattamente.
- Cosa hai preso ieri sera?
- Niente di che. Giusto uno Xanax e un paio di bicchieri di rum. Il solito, Carlo.
- Solo? A me sembra abbastanza. Come ti senti?
- Disidratato e affamato di cervelli. Uno zombi, né più né meno.
- Me lo immagino. Ne riparliamo poi, è arrivata la paziente.
- Ciao, strizzacervelli.
- Vedi di non dare confidenza agli animali che non conosci, Alex. – e dopo quest’ultima affermazione beffeggiante, Carlo riattaccò. 

Ritrovandosi davanti al suo ufficio, Alex rifletteva sulla notte appena passata: una notte strana di certo, con allucinazioni e conversazioni inaspettate. Eppure non aveva bevuto abbastanza da intontirsi. Ora che ci pensava, mentre si dirigeva verso Bianca, non aveva ancora bevuto ed erano le nove del mattino. 

- Qual buon vento?

Bianca era una ventenne, senza grandi aspirazioni. Capelli rossi, occhi azzurri e lentiggini, magra e molto tatuata. Una modella che, parole sue, non aveva voluto posare nuda per cui si era dovuta trovare un altro lavoro. La sua più grande qualità era il fidanzato, carabiniere di stanza a Montevarchi e fonte inesauribile d’informazioni. Si avvicinò a lei, sfilò dal cappotto una busta e gliela porse. 

- Stipendio.
- Una busta paga con bonifico, no?
- Per chi mi hai preso, sono all’antica – sottolineò Alex.
- Come no! - Bianca contava i soldi senza alzare la testa. - C’è il signor Brunetti in ufficio.
- Mattiniero. Ha detto niente?
- Non mi piace. Mi ha spogliato con gli occhi.
- Mette i brividi, vero?

Bianca annuì e gli indicò la porta dell’ufficio, così Alex entrò togliendosi il cappotto. Si diresse alla scrivania con in mano due grandi buste gialle:

- Buongiorno Signor Brunetti, scusi l’attesa - posò gli involucri e si mise a sedere.
- È in ritardo signor…
- Alex, solo Alex.
- Bene Alex. Che cosa ha scoperto?
- È complicato signor Brunetti.
- In realtà è semplice Alex. Mia moglie mi tradisce, sono sicuro.
- In realtà ho le prove di un tradimento.
- Delle foto? - Alex toccò le buste e annuì serio.
- Conosce la parola Hybris, signor Brunetti?
- Arroganza, superbia. Giusto?
- In parte è corretto.
- Cosa c’entra con me?
- Nella legislazione della Grecia antica aveva un ulteriore significato.
- Me lo dica, così andiamo avanti - prese il libretto degli assegni e lo compilò lasciando in bianco l’importo.
- Bene, arriviamo al punto. - fece scivolare le buste verso il cliente - Hybris era un oltraggio compiuto verso una persona per sottoporla al disprezzo generale, farle perdere il suo onore e danneggiarne la reputazione.

Il cliente si fece cupo e aprì le buste. La prima risultò vuota, mentre il contenuto della seconda lo trasformò in una statua di sale: scorreva le prove fotografiche del suo stesso tradimento.

- Bene, signor Brunetti. 
- Come si permette!
- Sono cinquecento per aver dimostrato che sua moglie non l’ha tradita e altri mille per aver scoperto il suo tradimento.
- Questa è estorsione! Io la denuncio!
- Lei mi ha firmato il mandato. Ho fatto il mio lavoro – rimase ammutolito, così Alex proseguì - con fattura o senza?
- Lei, lei è… un farabutto!
- Forse. Assegno o contanti?
- Assegno. Voglio avere la certezza che nessuno venga a sapere del fatto - finì di compilarlo e glielo gettò sulla scrivania.
- Certamente, signor Brunetti. Spero che l’assegno sia coperto.
- Assolutamente. Addio, signor …
- Alex, solo Alex. Arrivederci signor Brunetti.

Il cliente si alzò e barcollò verso la porta, con le buste strette al petto. Infilò l’uscita senza voltarsi né chiudere.

- Che stronzo - commentò serafica Bianca.

Silenzio. In ufficio ora era solo e ripensava alla giornata appena passata, conclusa, morta. Aveva risolto il caso e scontentato il cliente e, non era sicuro di doverne andare fiero, aveva riscosso un bel po' di soldi. Sentì all’improvviso due colpi alla porta ravvicinati:

- Avanti - irritato, guardò l'orologio, la porta si aprì e lei entrò: fu incredibile, Alex rimase senza fiato. 

La donna sfilò verso di lui, sembrava fluttuare. Aveva un vestito leggero che la fasciava interamente, le sue forme morbide premevano sulle cuciture e il seno prorompente lo ipnotizzò. Tanta abbondanza lo aveva scosso, lui non amava particolarmente il seno, preferiva un bel didietro al resto, ma quella donna era perfetta su tutto.

- Prego – la esortò Alex mostrandole la sedia.

Si accomodò e probabilmente fu in quel preciso momento che s’innamorò di lei. Le sue labbra piene e carnose lo imbambolavano e i grossi occhiali neri vintage che le nascondevano il volto le davano un tocco di mistero. Un volto innocente e piacevole, accompagnato da due bellissime gambe incrociate che mostravano tutta la carne possibile, liscia e desiderabile.

- Mi dica, signora.
- Signorina.
- Scusi. Continui.
- Morelli, Tiziana Morelli.
- Bene, mi dica.
- Lei è un investigatore privato, giusto?
- Sì. Senta signorina Morelli…
- Tiziana.
- Tiziana, di cosa ha bisogno?
- Ho la necessità che lei mi trovi un oggetto che mi è stato rubato.
- Mi chiami pure Alex. Quale oggetto?
- Una pen drive Alex.

Le porse un foglio e una penna:

- Scriva il suo nome, telefono e indirizzo. Dove e quando le è stata sottratta la pen drive?
- A casa mia. Non so di preciso quando, forse due giorni fa.
- Sospetti?

Alex continuava a osservarla e lei arrossì. Le sorrise e notò un livido fresco vicino all'occhio.

- Qualcuno, le scrivo i possibili nomi.
- Deve fare qualcosa con le porte.
- Cosa?
- Sì, le porte. Se la porta dovesse continuare a battere contro il suo viso, mi chiami.
- È un regalino d'addio del mio ex ragazzo.
- Simpatico.
- Non proprio. Quanto mi verrà a costare Alex?
- La richiamo Tiziana. Faccio qualche ricerca e le dirò.

La cliente si alzò e ondeggiò a dieci centimetri da terra, verso l'uscita:

- A presto, Alex.
- A presto, Tiziana.

Scomparve dalla stanza e lo lasciò svuotato di ogni forza. Che donna che era. Si gettò sulla sedia e osservò i nomi che aveva scritto cominciando a pensare.

La notte sarebbe stata lunga, tra un appostamento e l’altro, a spiare le vite di perfetti sconosciuti. No, quella sera sarebbe andato dritto a casa da Tito e dal suo rum, nel tentativo di lasciarsi alle spalle tutto tranne lei. Non voleva rischiare di distorcere la sua immagine perfetta. L’avrebbe rivista di certo e quasi non aveva la pazienza di aspettare.

mercoledì 17 giugno 2020

"Vita di un respiro" - Gentili Emanuele - 3° classificato al Concorso L.A. Editing



Con grande gioia vi presento il racconto del terzo classificato al concorso letterario di L.A. Editing: “Vita di un respiro” di Emanuele Gentili. Emanuele è un poeta e nel suo racconto questo emerge, non c’è che dire. Il suo stile, la stesura del testo, la scelta del “come” trattare gli argomenti (più di uno e tutti certamente di peso), sono immagine perfetta del poeta che si ritrova a scrivere un racconto, nel senso più positivo che ci sia. Anele è protagonista, insieme ai genitori e in particolare al padre, di una storia attuale quanto storica (poiché sappiamo che la storia si ripete). Anele, nata in una zona del mondo in cui i sacrifici e il pericolo vengono ben presto a bussare alla porta, è respiro del padre. Un padre che tanto la ama da non esser più riuscito, per le preoccupazioni e il  timore di perderla, a emettere respiri pieni, tanto è preso dalla paura. Anele è però anche simbolo del suo respiro fisico: un respiro che gli viene a mancare per un ceppo di polmonite assai duro da superare, per il quale ci sono già state molte vittime. Mike si trova faccia a faccia con la morte e Lucia – la cara moglie – già teme il peggio e si domanda in qualche modo come potrebbe spiegarlo alla sua piccola. Anele però è forte: sia Anele come bambina e figlia che Anele come simbolo e realtà del respiro, portatore di vita. C’è tanto in questo racconto. Ci sono emozioni forti, realtà, riflessioni. La vita è respiro, il respiro è vita. I figli stessi sono respiro e i genitori lo sono per loro. Cosa accade a Mike, Anele e alla mamma Lucia? Leggete e gustatevi ogni frase. Complimenti a Emanuele per questo splendido racconto.

Vita di un respiro:

Anele è un respiro. È appena nata e non sa ancora di esserlo. Si scalda sotto il caldo africano, nella regione dello Zimbabwe, nei pressi di una diga alta 130 mt, a Kariba. Una diga che non è più sicura, ormai: comincia a dare dei segni di cedimento. Piccole crepe e improvvise fuoriuscite d’acqua potrebbero mostrarsi da un secondo con l’altro.

Anele è forte, la madre non ha dubbi. Queste cose si sanno, sono impostate di default dentro di noi. Non ci si inganna né si mente a noi stessi, riguardo a queste sensazioni. La sua preoccupazione, dopo il primo vagito, sembra svanire; compensata dalla consapevolezza che la piccola resisterà, fino al compimento del proprio dovere. Quello che però Kali non sa e non può immaginare è che la sua cucciola di respiro è destinata a grandi cose.

Tempo di un saluto, un bacio sulla fronte e la piccola è libera di spiegare le proprie ali: al di sotto di quella diga. Non vi è tempo per i romanticismi e per i saluti. Questo ogni madre lo sa. Una volta nato, il respiro appartiene al vento e, con lui, deve andare incontro al proprio destino. Anele, questo non può ancora saperlo.
È solo curiosa: come può esserlo chiunque veda il suolo della sua amata madre terra, dall’alto della propria vita: per questo in Africa si pensa che ogni respiro abbia due madri. È confortante, nascere respiro. Così piccolo, già con un dovere da compiere, ma con la sicurezza di avere un senso, uno scopo.

-      - Mamma, papà ha gli occhi ancora chiusi. Quanto sta dormendo?

La piccola Anele ripete la stessa domanda ogni cinque minuti, alla madre Lucia. La risposta che riceve non cambia, estratta come fosse una confessione sotto tortura:

     Lascialo riposare, è stanco.

Si gira Lucia, come se questa risposta la dovesse dare al vento o forse per non far vedere alla figlia le lacrime che da quindici giorni albergano su quegli zigomi scavati dalla paura.

Il padre fatica a respirare, tossisce. La febbre non si abbassa, se non di qualche grado. La sera sembra aver assorbito tutto il sole africano. Tosse da fumatore senza mai averne aspirata alcuna. Tosse che sembra voler sputare sul mondo il dolore che lo sta attanagliando da dentro.

I respiri non arrivano, se non forzati. Si scambiano come fossero a una partita di pallavolo. Prima la tosse, poi il respiro e così via, fino a… Un fisico robusto, bloccato da una banale influenza.

La madre ha spento da ieri la televisione. Notizie strane arrivano da paesi distanti pochi km da loro. Una nuova malattia, simile alla polmonite, sta contagiando molte persone e i morti aumentano. Lei non ha dubbi: si tratta dello stesso ceppo di influenza. Queste cose si sanno, sono impostate di default dentro di noi. Non ci si inganna né si mente a noi stessi, riguardo a queste sensazioni. 

Di guardare Anele negli occhi però non se ne parla:

- Ora andiamo a dormire, piccola. Vedrai che domani starà meglio.

Da madre non avrebbe mai pensato che sarebbe stata in grado di mentire come una professionista a sua figlia.

Il padre Mike, italo americano, si finge equilibrato. Simula respiri calmi. Asseconda la pancia con la mente - grazie alle poche lezioni di Yoga - prendendola per mano, come se dovessero attraversare una strada pericolosa.

Da cinque anni, età della figlia, teme il domani: è stato spavaldo sino ai quaranta, poi un nuovo orizzonte si è presentato davanti ai suoi occhi innamorati. Quel meraviglioso profumo d’abbracciare che ora pare essergli negato, chiuso come è nelle proprie paure. Già da allora gli manca il respiro pieno, completo. Lei nascendo se n’è preso un po’.

- Come mi sento, come mi sento, come mi sento? - continua a ripetersi, prima di coricarsi.

I brividi non lo hanno mai abbandonato: prima erano d’amore, di gioia. Erano brividi d’emozione pura, semplice e contagiosa. I brividi da bollicine, spumeggianti e color dell’oro. Luminosi, solari, africani.

Ora trema: è decisamente diverso. I tremori hanno incrementato la loro intensità, fino a divenire scosse, come fossero terremoti, veri e propri sussulti.

Oramai il suo corpo freme per la gran paura. Continua a mostrarsi distaccato, persino a sé stesso. Si osserva dall’alto della montagna e non si riconosce più. Sente freddo. La sua anima è oramai in cima, si guarda attorno. È sola là sulla vetta, almeno per il momento. Si vede così, mentre sente quella gran paura di perdere l’equilibrio, di soffiare fuori l’emozione per non farla morire di freddo. Ha paura persino di piangere: magari poi si ghiacciano, queste lacrime dimenticate. Si sbuccia l’anima, cadendo esausto per l’ennesima volta. Sangue nuovo viene dalla sua ferita e gli pare come se fosse stato lasciato custodito in fondo a un pensiero. Se non lo vedesse così lucente, rosso vivo, lo avrebbe dato per “morto”.

Anele vola veloce. Il vento da dietro le tiene i capelli con amore, vola verso il proprio destino. Scorge in lontananza la sua bella casetta e nota subito la finestra aperta, perché di solito a marzo è tutto chiuso. Lei non conosce le dinamiche però, non si pone domande. La casa prende aria, ricicla vita. Un cuore aperto non può permettersi porte chiuse. La speranza passa dalle crepe di un muro portante ed è proprio una crepa che segna la via ad Anele. È la strada più angusta, stretta e scomoda a fare da ponte tra la morte e la vita.

- Mamma, papà ha riaperto gli occhi!

Anele vede la sua vita in una pancia, quella che papà ritrova dopo anni svuotata completamente grazie a un respiro, finalmente pieno di vita.


Autore: Emanuele Gentili
Editing testo: L.A. Editing&Digital Marketing

mercoledì 27 maggio 2020

Concorso letterario L.A. Editing




Sezione: narrativa

Il concorso invita i partecipanti a scrivere un racconto a tema libero e senza restrizioni di genere. La lunghezza massima consentita è di tre cartelle (una cartella è costituita da 1800 caratteri spazi inclusi) e i risultati delle selezioni saranno pubblicati di volta in volta sulla pagina L.A. Editing.

Per partecipare inviare il proprio racconto alla mail lailcammino@gmail.com specificando in oggetto "Concorso L.A. Editing". Inviare il file in formato word o similari come allegato alla mail e scrivere nel testo della mail il proprio nome e cognome.

La scadenza entro la quale inviare gli scritti è il 6 giugno 2020.

La selezione avverrà secondo insindacabile giudizio di L.A. Editing. La partecipazione è totalmente gratuita.

Premi:

1° posto: una lezione di scrittura creativa di un'ora e l'invio di una breve guida per scrittori emergenti con suggerimenti utili al miglioramento del proprio modo di scrivere e accenni all'auto promozione.
2° posto: Invio della guida.
3° posto: Invio della guida.

Tutti e tre i racconti saranno pubblicati su "Il cammino" e condivisi sui social.

Evento Fb 

mercoledì 11 dicembre 2019

Il Trio Bobo: Faso, Meyer, Menconi



Il Trio Bobo è un’esplosione di energia, espressività, passione e livello musicale altissimo. Non a caso è composto da tre dei musicisti più bravi d’Italia, vale a dire Christian Meyer (batteria), Faso (basso) e Alessio Menconi (chitarra). Come già molti di voi sapranno si tratta della sezione ritmica di Elio e Le Storie Tese unita ad uno dei chitarristi più bravi del jazz italiano (e chitarrista di Paolo Conte). Vederli dal vivo è una goduria. Li vedi sorridenti, allegri, liberi e mi ricordano un po’ degli atleti che fanno numeri di grande difficoltà con il viso rilassato e gioioso, facendo comprendere che quel che fanno, pur se difficile, è per loro di una naturalezza infinita. È ovvio che quando si parla di musicisti di questo calibro si rimane a bocca aperta. Io in particolare ero allibita da Christian, avevo la mascella autonoma, viveva di vita propria. Naturalmente anche per Faso e Alessio, ma amando particolarmente lo strumento, vedere un batterista come Christian Meyer suonare a pochi metri e stare ad osservare, con una certa conoscenza dello strumento, quello che fa… non può che suscitare questo effetto. Faso e Alessio comunque, sono – come dire – "bestioline da palcoscenico" e chi li ha potuti ascoltare e vedere anche in altre occasioni lo sa, non c’è molto da spiegare. Questo Trio sta suscitando sempre più successo tra il pubblico e non è solo per la musica straordinaria, coinvolgente e originale che creano – anche se è fondamentale – ma anche, credo io, per la capacità che i tre hanno di coinvolgere ed interagire con le persone che hanno di fronte. È un continuo scambio, di musica, emozioni ed allegria e alla fine del concerto non si può fare a meno di acquistare almeno uno dei loro album. Per questa chiacchierata con loro, per la prima volta da quando esiste Il cammino, ho voluto coinvolgere anche i lettori e chi era interessato a fare domande ha mandato un messaggio privato sulla pagina Facebook, scoprendo in anteprima di chi si trattasse. Tra queste domande, le selezionate sono state inserite nell’intervista che potete leggere qui sotto.

Allora “gggiòvani”, raccontate a chi ancora non lo sapesse come è nato e cosa combina il Trio Bobo... aneddoti particolari da raccontare a riguardo?

Alessio: Il trio nasce 17 anni fa, quando ci siamo riuniti quasi per caso per fare due concerti nei quai abbiamo suonato cover jazz/rock. Da lì ci siamo trovati bene in tutti i sensi ed abbiamo deciso di proseguire scrivendo musica nostra.

Chris: Io pensavo che avremmo dovuto avere un nome tipo “Power Trio” e Faso ci ha convinti che Trio Bobo fosse il nome giusto. Aveva ragione Faso e ho dovuto rivedere tutte le mie convinzioni di titolista farlocco.   

Avete pubblicato tre album, accolti con grande energia da tutti, con live pieni di entusiasmo da parte del pubblico più svariato... e ora? state già lavorando a un nuovo album?

Faso: Abbiamo pubblicato “Trio Bobo” nel 2005, “Pepper Games” nel 2016 e “Sensurround” nel 2019. Il primo album però è poco noto perché ha avuto diffusione molto limitata.

Alessio: Magari al quarto ci lavoreremo il prossimo anno!

Chris: Fare un cd richiede molto tempo e oggi siamo schiacciati da un mondo veloce, perciò le due cose coincidono poco, ma noi teniamo duro!

Faso: Nel trio confluiscono i gusti musicali e le passioni di tutti e tre i componenti, che coprono uno specchio abbastanza ampio di generi musicali: rock, blues, jazz, progressive, dance ’70, pop, afro, musica brasiliana, soul. Va da sé che le nostre composizioni contengono tante spezie diverse e posso quindi incuriosire ed essere apprezzate da un pubblico eterogeneo.

Christian, come sai - visto l'amico/idolo in comune (Gianni Cazzola, re dello swing italiano, n.d.r.) - ho una predilezione per i batteristi anche se è ovvio che in quanto appassionata fino all'osso di musica amo ogni grande musicista, però cavolo, vederti suonare è praticamente un viaggio e sembra che il viaggio lo stia facendo anche tu. Mettendo la frase tra virgolette, "sei più tu a "tenere il controllo" - se così si può dire - su quello che fai o è più la musica che trascina te"? Un po' come dire... chi è che "comanda" di più?

Chris: Quando un batterista suona con dei bravi musicisti vi è una sorta di traino musicale che ti facilita il compito di sostenere il gruppo. Io tendenzialmente, sul palco entro in una fase molto selvaggia e libera. Naturalmente non spengo il cervello e cerco anche di non esagerare con imposizioni ritmiche, bensì di rispettare gli spazi degli altri musicisti. Sicuramente il batterista ha la potenzialità di rendere un gruppo più o meno interessante. Come? grazie alle dinamiche, alle pause o ai colori che decide di utilizzare. Il batterista può o non può suggerire scenari ritmici immediati e stimolanti.

Ora, per la prima volta nella storia del blog, vi riporto alcune domande da parte del pubblico. La prima domanda è di Arianna Capirossi che chiede: qual è la parte che preferite del vostro lavoro? la composizione, l'esibizione live, l'incisione…?

Alessio: Io preferisco suonare dal vivo.

Faso: Anche io preferisco suonare dal vivo, però non nascondo che lavorare sull’arrangiamento di un brano in studio non mi dispiace affatto.

Chris: Concordo con i miei amici musicisti. Dal vivo hai adrenalina e contatto con il pubblico, in studio puoi ragionare e divertirti in un altro modo.

La seconda è di Alain Morandi (un grande musicista tra l'altro, n.d.r.): qual è la scintilla che ha innescato la miccia per dar vita a questo trio? e a chi vi siete ispirati?

Alessio: Abbiamo diverse influenze, alcune in comune e altre no ed è forse per questo che nasce un sound particolare ed originale.

Faso: Concordo con Alessio e aggiungo solo una cosa: come ispirazione sull’approccio dal vivo di sicuro ci ispiriamo - con grande umiltà - ai Weather Report, che dicevano di essere “sempre in solo, mai in solo”, vale a dire “improvvisare si, ma in modo misurato”.

Chris: Concordo e aggiungo che suonare in trio ti permette di prendere direzioni musicali diverse mentre sei live sul palco. Il trio è un divertimento.

La terza e ultima domanda dei lettori è di Sergio Gritti, cantautore: quando si è musicisti affermati si ha la possibilità e la capacità di suonare un po' tutti i generi musicali, ma mi sembra che spesso capiti che alcuni musicisti suonino generi non proprio consoni ai loro gusti musicali, a volte per questioni di mercato, di richiesta. Che ne pensate?

Alessio: A volte non tutti hanno la possibilità di suonare la propria musica o semplicemente non hanno abbastanza “motivazione”, quindi molti musicisti si ritrovano a suonare musica che non amano semplicemente per lavoro.

Faso: Se di lavoro fai il musicista devi tenere conto che non sempre suonerai la musica che preferisci. Anche perché se fai troppo il difficile diventa complicato mantenersi! Mi reputo molto fortunato ad aver suonato per 30 anni con gli Elio e le Storie Tese e da oltre 15 anni con il Trio Bobo, non capita a tutti in Italia.  

Chris: Infatti noi siamo fortunati perché suoniamo la nostra musica. Ecco perché ci vedete sorridenti sul palco!!!

Chiudo io, con una mia domanda di rito. Di che colore è il Trio Bobo?

Alessio: Giallo.
Faso: Giallo limone. 
Chris: Giallo canarino.

Grazie ragazzi e voi che leggete, andate a sentirli da vivo!!!

Link:

sabato 31 agosto 2019

Zio Rock Sempre in Volo

ph Simone Serughetti

30 agosto, Trescore Balneario (BG). Al Bum Bum Festival aprono le danze i Gambardellas, bravissimi come sempre e che consiglio a chi non li conoscesse. A seguire Daniele Celona con la sua band, per me un nuovo ascolto dai suoni interessanti. Poi arriva lui, Omar, accolto dal boato del pubblico che lo attende con ansia e grande affetto. Ho iniziato a seguire Omar Pedrini praticamente da bimba e il mio primissimo album originale è stato una cassetta (si, c'erano ancora le musicassette) dei Timoria che come dissi a lui mi aiutarono molto, perché Omar è per me e per tanti altri, da sempre, lo Zio Rock. Non è la prima volta che scrivo di lui: una recensione, una bella chiacchierata anni fa per il blog - che con mia sorpresa aveva fatto pubblicare al tempo anche sul suo sito ufficiale - e lui è sempre stato così dolce, affettuoso, protettivo. Omar è una persona meravigliosa, un cuore grande, un uomo che prima di essere un grande artista è un grande essere umano. Quando sale sul palco, per questo concerto che fa parte del tour dedicato ai venticinque anni di "Senza Vento", è proprio quello il pezzo che con grande emozione avvolge tutti. Subito dopo, come una bomba di sensazioni, ricordi, coinvolgimento, "Sangue Impazzito" e la voce di Omar prendono possesso dell'anima di chi Joe lo conosce e anche di chi non lo conosce ancora. E' una voce unica, Omar e noi. "Sono contento che vi ricordiate ancora di Joe", commenta alla fine sorridendo. Durante la serata, zio Rock ci spiega che "se i suoi pezzi sono arrivati anche alle nuove generazioni è merito di tutte le tribute band che negli anni hanno suonato in giro con passione, perché al tempo non c'era you tube e loro sono stati un po' come you tube" e che per questo, pian piano, li sta invitando tutti a salire sul palco con lui, per ringraziarli. E' l'amicizia, importante quanto l'amore, che unisce tutti e il momento di "Freedom" è uno dei più toccanti: tutti insieme, sul palco e giù dal palco, a rendere palpabile le sensazioni dell'amicizia e della libertà, in questo viaggio, in questo cammino, che è la Vita. E poi Frankestein, Angel (incredibile pensare che siano passati già venticinque anni anche da quel momento in cui Kurt ci ha lasciati). Tutti i pezzi si susseguono in una commozione generale evidente, tutti cantano, tutti alzano le braccia al cielo, così come quando risuona nell'aria "Sole Spento". Un Sole spento che in realtà è così acceso da scottare. Scotta ma non brucia: non bruciano quelle chitarre. Carlo si, Carlo brucia le corde e le tastiere, non a caso è soprannominato "Octopus". Eccezionali anche gli altri musicisti che accompagnano Omar: "Largo ai giovani" dice Zio Rock, perché lo sono tutti. Ancora una volta, l'ennesima, sentire la voce splendida di Omar, la sua chitarra, i suoi testi che sono poesia e vedere la sua energia, la sua passione, il suo affetto, mi lascia - ancora - senza parole e senza fiato. Ti vogliamo bene Zio Rock.

giovedì 30 maggio 2019

Dolore


Cuore spappolato,
tenaglie alla gola.
Mi manca il fiato,
il vuoto avanza, spietato.

L'anima è in guerra,
sale forte la rabbia,
non c'è una ragione,
non c'è giustizia,
non c'è opinione.

Le mani protestano,
gelide e bollenti,
la testa traballa confusa,
i passi procedono a stenti.

Perché è veleno,
l'aria la infestano,
Perché non c'è pace,
siamo tormenti.

Volevo donargli vita,
ho fame di Sole.
Pensavo "non è finita",
ma il mio battito duole.

Vorrei donarle gioie,
ho fame di Stelle,
sono sempre qui,
ci provo con la mia pelle.


[Dedicata ai miei genitori]

mercoledì 13 marzo 2019

La storia del cinema (parte 7): il musical e la commedia fino al non-sense dei fratelli Marx



L’ultima volta che ho trattato della storia del cinema eravamo rimasti intorno agli anni trenta. Alla parte 6 di una rubrica lasciata ferma per un po’. Bene, allora riprendiamo. L’ultima cosa di cui avevo scritto riguardava Hawks, il padre di Scarface (1932). 

Frank Capra
Più o meno nello stesso periodo, a pellicole come questo spettacolare film, si affiancavano produzioni più commerciali, commedie e tanti musical; il che in America fu sinonimo di sempre maggior impegno nella realizzazione di scenografie elaboratissime, scintillanti, davanti alle quali si esibivano ballerini, cantanti e attori del genere. Fu Frank Capra il maggior esponente della commedia e del dramma sentimentale degli anni Trenta in America. Le sue commedie di costume trattavano aspetti della quotidianità con particolare sensibilità e gusto e questo lo rese un autore apprezzato anche all’estero. Se da una parte il genere era limitato dalla forma, il suo stile scorrevole, l’umorismo sottile e in generale il modo in cui i fatti erano trattati, davano allo stesso la possibilità di arrivare ad un pubblico ampio, dalle persone comuni ai critici. Andando avanti nelle produzioni, toccò argomenti anche più riflessivi, sempre al passo con la regola dell’insegnare divertendo. La sua ispirazione però era costituita principalmente dai fatti storici di quel tempo e si esaurì con l’esaurirsi delle conquiste sociali e con lo sciogliersi di stimoli ideali che erano quotidianità nell’America del Presidente Roosevelt. Dalla fine degli anni Venti e per tutto il decennio degli anni Trenta, dunque, il Musical si evolve e diviene un genere di riferimento per le persone che hanno un profondo bisogno di evasione.

Ginger e Fred
Dopo Frank Capra i più grandi furono Florenz Ziegfield, che fu un maestro anche per gli autori degli anni successivi e i più noti Fred Astaire e Ginger Rogers che con i loro film sono certamente i più ricordati tuttora per le meravigliose scene di danza, create con precisione matematica visto il contesto cinematografico e con l’utilizzo di tecniche di movimento della cinecamera, velocissimi cambi di scenografie, angolazioni particolari scelte per sottolineare ogni dettaglio del ballo e la perfetta sincronia da video e suono. Ci fu poi un periodo di maggior staticità per il musical, durante gli anni Quaranta, ma negli anni Cinquanta il cinema del divertimento riprese ad essere molto popolare e diversi furono gli autori e le opere di successo.

Oltre al musical, un altro tipo di cinema commedia era quello dei fratelli Marx, ad esempio. La loro era una commedia sofisticata, che nasceva da spunti totalmente diversi, caratterizzati da un umorismo inconsueto per gli anni in cui erano. Le scene erano basate sull’assurdo, si impegnavano di grottesco. Le rigide regole del musical venivano qui smontate e non era la spettacolarità il fulcro dei film. I cardini erano l’ironia e la volontà di alterare la realtà e distorcere le regole della commedia che fino a quel momento erano state seguite con il musical. Il loro approccio era per certi versi molto simile a quello dei surrealisti e la successione di scene esilaranti e assurde si intrecciava alla volontà di creare una storia che potesse sostanzialmente unire i non – sense l’uno all’altro, capovolgendo la razionalità.

giovedì 14 febbraio 2019

La "nuova sindrome": fibromialgia (parte 3)


In questa terza parte della rubrica sulla Sindrome Fibromialgica affrontiamo l'aspetto delle cause scatenanti e dei diritti violati con un primo accenno alle possibili "cure". Una piccola integrazione al precedente articolo: una paziente fibromialgica mi ha suggerito di inserire tra i sintomi più frequenti anche capogiri e vertigini. In effetti molte persone affette da SFM ne soffrono e ringrazio la persona in questione per avermelo fatto notare. Ora proseguiamo con gli argomenti sopracitati.

Cause scatenanti:

Ho compreso dalle miriadi di testimonianze raccolte e dai successivi approfondimenti, che la sindrome fibromialgica può essere anche infantile o adolescenziale, ma per la maggior parte dei casi, si sviluppa in una fascia d’età compresa tra i 30 e i 40 anni circa, anche se pensandoci, il paziente spesso ricorda di essersi sempre sentito più fragile del normale. Quando poi la sindrome esplode, è la catastrofe. Ci sono dei fattori scatenanti, ma cosa significa questo? Una persona con gene “difettato”, per farla semplice, potrebbe teoricamente essere un “portatore sano” di fibromialgia e la stessa potrebbe non manifestarsi mai, ma la cosa è tanto soggettiva ed ha un equilibrio tanto sottile, da essere tranquillamente definibile come rarità. I fattori scatenanti possono essere fisici: dalla rottura di un arto a un incidente, da una caduta a forti dimagrimenti, da un periodo fisicamente più impegnativo sul lavoro a… mille altre cose. In sostanza, ognuno ha il suo personale sottile equilibrio e dunque a una persona può scatenarsi con “meno” e ad altre con “più”. La stessa cosa vale per i traumi psicologici, che possono essere più o meno gravi e che portano alla manifestazione della sindrome per l’accumulo di molto stress che si ripercuote inevitabilmente sul corpo. In molti casi poi, le due cose coesistono e si hanno spessissimo casi di cause scatenanti relative sia a traumi fisici che psicologici (per fare qualche esempio anche qui: per qualcuno può essere un periodo di particolare stress a lavoro o in altri ambiti e per altre persone il dover affrontare un grande dolore).

Come dimostrano le spiegazioni e l’elenco dei sintomi (per approfondire leggete la parte 1 e la parte 2 della rubrica), la SFM è una patologia estremamente debilitante. Dunque la prossima domanda è:

La sindrome fibromialgica è riconosciuta dalla legge?

La sindrome fibromialgica è stata riconosciuta come invalidante nel 1992 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ed è stata inserita l’anno successivo nella International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (Classificazione Statistica Internazionale delle malattie e dei Problemi di Salute Correlati). In seguito a questo, il Parlamento Europeo ha riconosciuto di conseguenza la sindrome fibromialgica come invalidante portando all’attenzione dei Paesi membri dell’UE gli articoli riguardanti i diritti alla salute nella Carta dei Diritti dell’Uomo (sia la carta europea che quella internazionale); la stessa ha dunque sollecitato i Paesi perché provvedessero a inserire la SFM nell’elenco delle malattie invalidanti, formare il personale medico, dare assistenza multidisciplinare, provvedere al riconoscimento delle esenzioni e alla pensione d’invalidità ove necessario. L’Italia, non sta rispettando questo mandato mondiale ed europeo, non rispettando:
  • l' inviolabilità della dignità umana (articolo 1) e il diritto alla vita (articolo 2);
  • il diritto alla integrità della persona (art. 3;
  •  il diritto alla sicurezza (art. 6);
  •  il diritto alla protezione dei dati personali (art. 8);
  •  il diritto alla non discriminazione (art. 21);
  •  il diritto alla tutela e alla sicurezza dei minori (art. 24);
  • i diritti degli anziani (art. 25);
  • il diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque (art. 31);
  • il diritto alla sicurezza sociale e all’assistenza sociale (art. 34)
e molti altri diritti che vengono puntualmente violati. L’Italia viola inoltre la sua stessa Carta Costituzionale, in riferimento all’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”

Un paziente fibromialgico, oltre ai farmaci di base, dovrebbe potersi sottoporre a tutte le cure possibili ora esistenti per migliorare la qualità della sua vita e che ora sono tutte a pagamento e molto costose. E chi c’è li ha i soldi per fare tutte le visite, gli esami, le cure e i trattamenti necessari? Il paziente dovrebbe essere tutelato in ambito lavorativo in qualità di categoria protetta (se in grado di lavorare almeno per qualche ora) o ricevere una pensione d’invalidità quando lavorare gli è impossibile ecc ecc. Insomma, ci siamo capiti.

Qualcosa si muove in Italia, ma poi si ferma tutto e si riparte da zero. È sempre così. Si fanno conferenze, incontri, vengono presentati i dati scientifici e le prove di quanto la sindrome sia invalidante, ma in Italia le cose vanno sempre più per le lunghe che altrove e se in altri paesi europei la sindrome è stata già riconosciuta legalmente così come nella maggior parte delle nazioni extra europee, con relativi aiuti ai pazienti, in Italia questo ancora non è avvenuto e ditemi voi se questo è rispetto.

A lottare per i malati ci sono le associazioni locali e soprattutto quelle Nazionali come l’Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica e l’Associazione Fibromialgici Uniti che si impegnano costantemente – non solo per sostenere ed informare i pazienti – ma anche per monitorare e tentare di velocizzare tutti i passaggi necessari perché la SFM sia finalmente riconosciuta. È una lotta costante e una costante corrispondenza e presentazioni di richieste, documentazioni ecc. tra l’associazione – con tutti i professionisti che ne fanno parte – e lo Stato. A riguardo, posso dire che sono stati fatti passi avanti, ma il percorso pare essere molto difficile.

Si può guarire?

No, per ora non si può guarire. Non esiste un farmaco specifico per la sindrome fibromialgica e il massimo risultato che si può raggiungere, è quello di riuscire a ridare al paziente una vita “il più normale possibile”. Non sarà mai come essere sani, ma un fibromialgico sviluppa suo malgrado una certa pazienza e sopportazione e già solo sentirsi meglio, avere dei miglioramenti, è tanto. Se poi riesce a raggiungere un buon equilibrio, può dirsi già abbastanza soddisfatto. A livello farmaceutico vengono utilizzati, per dirla in parole povere, farmaci che sono stati creati per altre patologie/malattie ecc. e che si è scoperto possono aiutare e in certi casi migliorare sensibilmente la situazione del paziente. Alla terapia farmacologica però, va associata una cura a tutto tondo. Dire “terapia” e dire “cura” infatti, non è la stessa cosa. La cura è tutto ciò che anche al di là dei farmaci può aiutare il paziente. Nel caso delle persone con SFM questo significa molte cose.

martedì 22 gennaio 2019

La "nuova sindrome": fibromialgia (parte 2)


Rieccoci con la SFM. Eravamo rimasti a un elenco senza spiegazioni di alcuni dei principali sintomi della sindrome. Ora entriamo un po’ più nel dettaglio e per chi non avesse letto il primo articolo e volesse farlo, tra parentesi il link a disposizione (clicca qui).   

Dolore: il dolore è il sintomo principale. È comune che una persona fibromialgica, anche “quando sta meglio”, senta sempre un certo grado di dolore diffuso e malessere generale. Si parla poi di fitte molto intense, improvvise e/o continue, localizzate in un punto o più punti. Dolore al tatto: un’amica/o, un famigliare, chiunque, vi da una pacca sulla spalla o vi abbraccia e voi sentite dolore. Ve lo immaginate? E poi quel “peso”, doloroso e/o fastidiosissimo, per il quale tenere in mano una bottiglia d’acqua per pochi minuti può creare dolore, fare le pulizie in casa diventa un’impresa dolorosa e frustrante perché “molto semplicemente” riesci a fare poco e poi ti devi fermare se sei in una fase abbastanza buona e se sei una fase peggiore non ci riesci proprio; tenere una borsa sulla spalla, portare dei semplici jeans, persino stare seduti o sdraiati. Dolore alle spalle, al collo, alla schiena, alle gambe e spesso anche bruciore. Si, è strano pensarlo per una persona che non l’ha provato, ma chi è affetto da SFM può sentire bruciare la schiena “dall’interno”. Difficile da spiegare, ma provate a immedesimarvi nella cosa e comprenderete al volo che non è per niente piacevole. Dolori acuti e “opachi” (una sorta di sensazione di “botte”). Improvvisi “blocchi” a un arto perché con una fitta muscoli e/o tendini si tirano come corde di violino. Insomma, tutti i tipi di dolore, anche al torace, alle costole, ovunque. Il dolore, così intenso, vario e continuo, provoca tensione, non solo stress, tensione fisica che porta il corpo a cercare di difendersi in qualche modo e di conseguenza, lo stesso si irrigidisce, prende posture differenti (inconsciamente) e questo non fa altro che aggravare la situazione perché si creano poi stati infiammatori che diventano anch’essi cronici, dunque è come se il dolore, che già è forte, fosse addirittura doppio!

Disturbi del sonno: il novanta per cento delle persone con SFM non dorme, dorme poco e comunque se dorme, dorme male. Il risveglio è doloroso e il paziente non si sveglia mai riposato, è già stanco al risveglio (pensate cosa può voler dire arrivare a sera!). Riflettete su questo: a tutti capita di passare una notte in bianco o di dormire male di tanto in tanto no? O anche di essere stati male durante la notte e quindi di alzarsi distrutti. Beh, il giorno dopo come vi sentite? Siete stanchissimi, fate fatica a concentrarvi, non vedete l’ora di andare a dormire la sera e sperate di dormire bene perché se passate un’altra notte così… eh già, un fibromialgico affronta questa condizione ogni giorno. A un certo punto, a volte, “si abitua” anche un po’, ma questo non significa che stia bene. Una persona fibromialgica può far fatica ad addormentarsi perché sente continua tensione e dolore oppure può addormentarsi in tempi brevi, ma avere un sonno disturbato e leggero, di scarsa qualità. Il sonno disturbato poi è legato sia al dolore, sia ai livelli non sufficienti di serotonina e noradrenalina nei pazienti fibromialgici. Sono sostanze che il nostro corpo genera durante il sonno e se non si dorme, diventa un circolo vizioso, è naturale. Dormire male, poco, avere un sonno disturbato, influisce sulla produzione di queste sostanze che tra le altre cose aiutano il corpo a rilassarsi, a riprendere forze e ovviamente, controllano il livello di percezione del dolore. A questo si abbina molto spesso la “sindrome delle gambe senza riposo” e il nome già definisce di cosa si tratti.

Astenia: affaticamento, moderato o severo, scarsa resistenza e una stanchezza distruttiva. A volte i fibromialgici arrivano ad avere un livello di astenia molto simile a quello cronico della CFS, un’altra patologia non molto conosciuta, detta appunto “Sindrome da affaticamento cronico”. Talvolta, le due sindromi sono presenti in contemporanea. Anche quando sta meglio, un fibromialgico avrà sempre meno resistenza fisica di una persona comune e come avviene per ogni malattia o sindrome cronica, il suo dire “sono stanco/a” sarà sempre diverso, completamente diverso, dalla stessa affermazione fatta da una persona sana, anche se realmente stanca.

Depressione/ansia: riprendendo un po’ il discorso fatto nell’articolo precedente, il venticinque per cento circa dei pazienti con fibromialgia si ammala di depressione. Nel restante settantacinque per cento c'è chi spesso ha sbalzi nel tono dell’umore, che in questo caso non sono per determinati da un disturbo vero e proprio, come accade nella depressione, del sistema nervoso centrale, ma piuttosto dallo stress che continua ad accumularsi e c'è chi, per sua fortuna, ha trovato una strada per avere un equilibrio e una forza mentale tale da poter gestire il tutto al meglio possibile (anche se è davvero molto difficile, anche per le persone più forti). Se stai mescolando un sugo per fare la pasta per il quale devi continuare a “girare” se no “quel tipo di sugo si attacca” e dopo un minuto devi lasciar perdere perché il braccio, la spalla, la schiena, non reggono e ti fanno un male “boia”, beh, direi che è normale che a una persona girino le così dette. C’è chi per carattere riesce bene o male a gestire queste cose e a un certo punto le accetta  e basta, ma non le accetterà mai fino in fondo, perché non è normale, perché si tratta di piccole attività quotidiane e quindi, anche quando un fibromialgico dice alla moglie/al marito: “Non ce la faccio, continui tu?”, di certo non è contento/a. Certi lavori non li può più svolgere. Se una persona con SFM fa un lavoro manuale, avrà serie difficoltà a continuare a lavorare se non trova il medico giusto e comunque farà sempre più fatica degli altri, molto probabilmente dovrà cercare un lavoro più leggero per evitare ulteriori infiammazioni; e se il lavoro è sedentario, per esempio davanti al pc, non c’è uno sforzo fisico vero e proprio, ma (e pensate di nuovo al caso dei lavori manuali!), una persona con SFM può fare molta fatica persino a spostare dei faldoni o a stare – appunto – seduta per ore. Anche “stare in ballo” per ore, è devastante. Se una persona con SFM lavora a mezzora/quaranta minuti da casa, anche il viaggio di andata e ritorno saranno di una pesantezza incredibile e nell’insieme, se per lavorare otto/nove ore “sta in ballo” dieci/undici ore (contando il non tornare a casa per il pranzo), tutto l’insieme sarà tradotto in: “quando arrivo a casa non riesco a fare più niente” o quasi. Se a lavoro, un fibromialgico riesce in qualche modo a resistere e ad arrivare a sera, quando si ferma, semplicemente, crolla.

-        Cefalea (soprattutto muscolo tensiva).

Colon irritabile e/o spasmi vescicali: stipsi, diarrea, entrambe le cose alternate a periodi, difficoltà nell’urinare e altri disturbi correlati. Presente in tantissimi pazienti il colon irritabile, a volte risolvibile con alcuni accorgimenti, altre no. Presente solo in una parte dei pazienti il problema all’apparato urinario (a volte presente a periodi, a volte sempre presente).

Rigidità mattutina: un corpo completamente circondato da uno strato di fasciatura rigida. Questa potrebbe essere una buona descrizione del sintomo. Prima che questa rigidità passi, se passa, ci vogliono ore. Appena alzati poi, i pazienti fanno fatica a camminare, a muoversi; pettinarsi, dunque alzare le braccia anche solo per qualche secondo è doloroso e così via.

Parestesie (formicolii e a volte la sensazione che “qualcuno ti stia pungendo con un ago, nemmeno troppo sottile, o più aghi). Può capitare in una o più parti del corpo. Mani e piedi, ma anche in altri punti. Una volta può essere un fianco, una volta una spalla ecc ecc. A volte gli aghi possono diventare coltelli e bloccare per il dolore una parte. Il paziente può ad esempio svegliarsi in piena notte con un ginocchio “trafitto da coltelli”, un dolore per il quale non riesce a non urlare e non riesce a muovere la parte per un tot di tempo, fino a che con pazienza e molta sopportazione riesce a raddrizzare il ginocchio e respirando profondamente se ne fa una ragione (tra virgolette…).

Difficoltà di concentrazione e talvolta disturbi della memoria: per via dello stress, dei disturbi del sonno e della mancanza delle sopracitate sostanze fondamentali, i pazienti fibromialgici hanno spesso difficoltà a concentrarsi, dimenticano spesso le cose e talvolta si sentono intontiti.

Sensazione di gonfiore alle mani o in altre parti del corpo che a volte si trasforma in reale gonfiore di una parte (mani, spalle, un fianco e così via).

Disturbi, temporanei o continui, nella percezione visiva: in particolare, anomala sensibilità alle luci artificiali medie e forti (i fari di una macchina, ma anche semplicemente degli addobbi natalizi sparsi per il paese o la città).

Acufeni (ronzii e/o rumori strani nelle orecchie). E al di là dei veri e propri acufeni, può comunque capitare di avere fastidi uditivi diversi, ad esempio sentire tamburellare l’orecchio.

Disturbi nella microcircolazione: mancanza di sensibilità al tatto, percezione anomala delle temperature, sensazione di “pelle scottata”, mani/piedi che pungono fortemente, parti a temperatura oggettivamente normale percepite come dolorosamente bollenti o gelide dal paziente, ad esempio. Tanti/e riportano anche attacchi di prurito insopportabili.

Fibro – fog: “fibro”, relativo alla fibromialgia e “fog”, dall’inglese, nebbia. Si tratta di stati confusionali che possono essere saltuari o abbastanza continuativi. Possono durare dieci minuti, mezzora o una giornata intera. Possono verificarsi ogni giorno, a periodi alterni o per chi è più fortunato saltuariamente. Nebbia significa, pensare una cosa e non riuscire a dirla o persino fare fatica a pensarla anche se ce l’hai lì “sulla punta del cervello”, vuol dire essere nel tuo luogo di nascita e all’improvviso non ricordare una banalissima strada che hai percorso mille volte e dover attendere fino a che non la ricordi e capisci come fare per andare dove devi. Vuol dire avere momenti in cui non riesci a connettere i pensieri alle azioni e viceversa.

Spasmi: collocandoli in modo diverso rispetto al dolore anche se sono dolorosi, si tratta di spasmi soprattutto addominali, compreso il diaframma; è una delle parti che, nei casi in cui il paziente abbia questo specifico problema, fanno più male. Tra l'altro, la perenne infiammazione del diaframma crea maggiori infiammazioni anche alla schiena, poiché dal diaframma partono una miriade di collegamenti ad essa. Possono ovviamente prendere altre parti del corpo.

Febbre: si, avete capito bene. La così detta febbre fibromialgica, una febbre che non ha nulla a che fare con l’influenza, una febbre che viene per il dolore, per lo stress, perché il corpo dice “ti devi fermare per forza adesso”. E a quanto ho letto e sentito da pazienti fibromialgici, la febbre può arrivare a 37 e mezzo o essere “febbre al contrario”, dunque avere una temperatura corporea eccessivamente bassa.

Tremori: tremori come “brividi” di freddo e tremori nel vero senso del termine “tremare”, per dolore e debolezza.

Insomma, questi sono i più frequenti e presenti, ma se ne aggiungono molti altri e gli stessi disturbi ne provocano ulteriori, in una catena che sembra non finire mai.

Nel prossimo articolo, le cause scatenanti, altre informazioni scientifiche e i diritti violati.